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Sulle tracce di Gianni Tomasetig

"Quant'è bella l'Avventura, a li Castelli"

di
Giuseppe Cossuto

Roma, giugno 2013

Sabato 4 maggio un gruppo di lettori e lettrici ha partecipato ad una gita ai Castelli Romani, "Sulle tracce di Luca", per visitare i luoghi descritti da Gianni Tomasetig nel suo sesto libro (chiamato dagli amici Sestilio...):
Scherma e teatro - Dialoghi con Luca (CISU, Centro d'Informazione e Stampa Universitaria, Roma 2012, edizione fuori commercio). Della copertina di questo libro vi ho già parlato, e anche della visita di Gianni e del suo giovane amico Luca al Museo romano dell'Ara Pacis.
Alla gita da me organizzata ha partecipato, insieme ad un nutrito gruppo di frequentatori del Circolo Bateson,Giuseppe Cossuto, scrittore e traduttore, originale studioso e profondo conoscitore dei "popoli delle steppe".
Giuseppe (detto Pinokim), che vive a Cassino, ha regalato a MeDea questa sua imperdibile cronaca della giornata ai Castelli... Buona lettura!
Paola Musarra
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   Vaghi ricordi da sceneggiato Anni '70, all'odor di porchetta (il sapore no, non potrò sentirlo, per mie particolarità alimentari) e al senso leggero di fraschetta.

   Alba: Cassino treno uno, Roma Termini treno due, bella donna con libro da contatto in mano (e non è, per fortuna, Ballo di famiglia di David Leavitt, libro mai letto ma da tenere sempre ben in vista, per attirare le studentesse di lingue, come ben insegna Antò Lu Purk ne La guerra degli Antò, uno dei film cult e di vissuto - dei miei vent'anni):

   L'organizzazione è paolesca, che per me significa sentirmi come quei bambini piccoli al guinzaglio che pensano di fare di testa loro ma, quando stanno per fare qualche cosa che non dovrebbe essere fatto e si allontanano dal programma, mamma tira e, con uno strattone, si ritorna nei paraggi. E hai voglia a piangere e a fare i lagnosi, che è peggio!

   Treno popolare, quasi vuoto: le musichette di Nino Rota del film dell'anti-intellettualoide Materazzo mi ritornano nella testa e per una mezz'oretta sono un giovine studente in cappello di paglia che conversa con un'amabile e colta esperta di Céline, il genio pazzo che avrebbe avuto piacere a mandare quelli come me in qualche carnaio per il benessere e il godimento di quelli che avrebbero volentieri mandato in manicomio quelli come lui e pertanto mi è meno che simpatico, ma almeno è un argomento interessante.

   Il lago appare sulla sinistra. Stiamo per arrivare, Madame Amélie ed io, nella città dove tutti gli albanesi sono laziali. Il Maestro Gianni appare nella stazioncina, sorride, fa un complimento garbato e galante a Madame Amélie, mi abbraccia, gli regalo un Gioacchino Murat in uniforme sgargiante da ussaro e raggiungiamo la selezionata quanto irrequieta ed indisciplinata schiera che, in equipaggi ben assortiti, si avvierà verso i Luoghi di Sestilio.

stazione di Albano Laziale


   Gioiellino di città, Albano ci accoglie noncurante (non sa che alla fine della giornata la invaderemo e che faremo bivacco di porchetta, vini del Tirolo e grappa slovena).

   Parcheggio, cremagliera, pardon: ascensore inclinato (il drappello dei lanzi riesce ad entrare nello scatolone che ci porterà verso l'alto, verso i bagni, la colazione e Palazzo Chigi). E sì, perché, senza rendercene conto, siamo giunti ad Ariccia.

l'ascensore inclinato


   Biglietti, guide, Stanza delle Monache, Stanza delle Belle, stanza di questo e di quell'altro e pure di quell'altro ancora. Velluti, tappezzerie di cuoio, cassa-cacca portatile della Marchesa Jenesaisquoi, erede (la cassa-cacca non la Marchesa!) del ben più nobile, ma più pratico, pentolone (portatile anch'esso) del Cattolicissimo Bon Roi Dagobert, destinato a raccogliere lo stesso tipo di aristocratiche evacuazioni.

   Fuori è lo scenario, stupendo, fatto costruire apposta dai principi per tener lontano dalla vista la povertà e la miseria. Dentro è la vicenda di Sigismondo Chigi che, per voler condividere il giardino con tutti, finì in esilio e in disgrazia.

   In quell'epoca io sarei stato, per nascita, dall'altra parte, a rubare il cervo nel Parco del Re e a venderlo per denaro, per sopravvivere.

   Avrei affilato la mia falce in campagna, il mio punteruolo da artigiano in città... e sarei partito come mercenario a combattere contro altri sfigati come me e/o sarei andato ad uccidere quelli come me che si ribellavano ai soprusi, perché non avevo una coscienza di classe, perché non avevo mai conosciuto un Pietro Valdo, un Fra' Dolcino, un Jan Hus o qualcun altro, magari qualche mugnaio pensante friulano, che insegnasse che tutti eravamo esseri umani... sarei morto in battaglia... sventrato alla ruota. O forse, dopo la sconfitta, sarei diventato attore girovago, come uno dei personaggi, il giovane narratore, di quel meraviglioso film epico, denso di realismo storico, sulle lotte contadine di Croazia e Slovenia prodotto nella ex Jugoslavia nel 1973 che aveva per titolo Seljacka Buna 1573 e che è passato in Italia come Anno Domini 1573:

   Contadini-ribelli-soldati-attori-girovaghi-bohémiens-jenish-zingari, con buona pace dell'etno-antropologia razzista, ancora così viva e vitale al giorno d'oggi. Viaggio nel tempo, mi trasferisco nella mia condizione sociale, determinata dal ruolo impostomi dalla casta, dalla nascita. Mi riallaccio a Gianni, Maestro d'Armi di Slavia, discendente di quei contadini che, quasi mezzo secolo fa, fecero quel percorso, obbligato. Gianni che sa (ed insegna) che non c'era nessun soldato all'arma bianca migliore di un contadino, perché le sue armi erano gli attrezzi da lavoro, e la sua unica gloria la sopravvivenza, e il suo vagare lontano dalla terra, adattamento fino alla morte.

   Non ci vedo, in questa storia, l'edulcorato Scaramouche, il famoso aristocratico beffardo del romanzo di Rafael Sabatini: costui in questa storia, sta dall'altra parte, perché è dell'altra parte e non vuole perdere il privilegio di portare lui la spada e di far bastonare (ma dai servi, per non sporcarsi) il non-nobile che osa alzare lo sguardo sull'umiliazione. C'è troppo dolore, dolore profondo, millenario, che esplode sulla scena, come nel video dei polacchi R.U.T.A. Batracka Dola ("La vita di Batrack"):

   Il Maestro Gianni ha la mia stessa sensazione, e ce lo confessiamo su una splendida terrazza sul lago.

foto Paola Musarrafoto Paola Musarra


   Un po' di tempo dopo ritorna Scaramouche, ma quello più probabile, l'attore-spadaccino della Commedia dell'Arte, Tiberio Fiorilli (nato a Napoli e morto a Parigi, passando ovunque).
Torna sotto un albero spezzato a metà da un fulmine, con passi di danza di spada, con il corteggio d'amore di due farfalle gialle.



   Torna con i ricordi del baule di Gianni, carico della sua Benečija, della sua Napoli e dei suoi Castelli. Un baule dove è contenuta una vita di spada che ha nell'anima la falce, anche se ha forma diversa e un Codice del Guerriero sicuramente più umano e profondo di quelli dei trattati di scherma dell'Ancien Régime.
Un baule dove è conservato un tesoro grandissimo, un amore solido e flessibile come quello tra Scaramuccia e Marietta, quello tra Gianni e Paola, un amore che, signori miei, è una rarissima spada forgiata nell'acciaio. Che non si vende e non si spezza.

   E io che, seppur macilento e storpiato nell'anima, cerco di non darmi per vinto e parteggio ancor oggi per la necessaria follia degli eserciti contadini di Mathias Gubez o di Nestor Makhno e cerco di raccontare le storie degli eroi senza nome, penso che questa sia proprio una bella storia da raccontare. Perché l'Avventura è bella, anche fatta a li Castelli.

Pino Cossuto
mise en page:
Paola Musarra

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