torna a medea

Dedicato ad un giovane alpino

"Sul cappello..."

di
Gianni Tomasetig

Albano Laziale, dicembre 2017

Qualche giorno prima del Natale scorso mi sono messo a riordinare giornali e riviste. Un articolo apparso sul "dom" del 31 maggio ha risvegliato in me alcuni lontani ricordi.

Come ho più volte ricordato nei miei scritti, mia nonna aveva un'osteria a Zverinac (pronuncia: Sverínaz), nelle Valli del Natisone.

Era un luogo di ritrovo per tutti coloro che, incoraggiati dalla vivacità della nonna, desiderassero "raccontarsi", esprimendosi con la voce ma anche con i gesti, con il canto, con la musica...

Io ero bambino e ascoltavo rapito queste improvvisazioni artistiche. Credo proprio che la mia passione per il teatro si sia sviluppata grazie al temperamento di mia nonna e ai "racconti" che si facevano all'osteria.

Le Feste rappresentavano un momento particolare per tutti i nostri piccoli paesini. Ancora più del solito si percepiva il vicino di casa come se fosse parte della propria famiglia.

La solidarietà da noi era prassi quotidiana, non era un'espressione ideologica o "buonista", era quasi una necessità naturale, ispirata dall'oggettività dei diriti e dei doveri di ciascuno.
Solo in seguito la massiccia presenza dei partiti in contrasto, in lotta fra loro avrebbe in parte modificato i comportamenti tradizionali.

Da piccolo mi piaceva molto la Devetica (pronuncia: Devetíza), la Novena di Natale, con processione e trasferimento dell'immagine della Madonna da una casa all'altra, fra canti e preghiere.

Dopo il Rosario i paesani facevano a gara per raccontare avvenimenti quotidiani, ma anche fatti del passato, consolidati dalle memorie locali. E dal passato mi è sembrato emergere il piccolo articolo del "dom", che racconta la storia di un alpino della 3a Divisione Julia, disperso durante la campagna di Russia nel 1943. La sua piastrina di riconoscimento è stata ritrovata e riconsegnata ai suoi parenti. E' come se dopo tanti anni il giovane fosse simbolicamente ritornato a casa.

Ed io non ho potuto fare a meno di ricordare i racconti dei reduci del secondo conflitto mondiale che avevano combattuto in Albania, Grecia e Jugoslavia e intrecciavano le loro esperienze belliche con le testimonianze degli alpini che erano riusciti a tornare a casa dopo la terribile campagna di Russia.

I loro racconti erano vivi e concreti, mi colpivano e mi coinvolgevano molto, mi sembrava quasi di partecipare alla guerra, forse perché molti di questi alpini erano figli del mondo contadino e non riuscivano proprio a capire questa assurda guerra, così lontana dalla loro terra, dai loro campi e dai loro prati che avevano dovuto abbandonare...

E' nato così in me lo scritto che segue (prosa? poesia? L'ho anche musicato...). Ve lo offro, pensando a quel giovane alpino nell'inverno russo.

Per un giovane alpino
E' bella quest'estate del '41 in Russia
Con i compagni d'arme
sto attraversando sterminati campi
ricchi di ogni ben di Dio.
Spighe d'oro si muovono
al venticello del mattino.

Volevo scendere dal treno
per aiutare i mietitori...
Che senso aveva andare a uccidere
gente come me, gente come noi?

Inverno russo.
Stiamo morendo di freddo
e di fame e spesso, e spesso
il fuoco nemico ci libera:
ci libera da atroci sofferenze.

Una mano pietosa mi coprirà
con un bel lenzuolo, bianco di neve.

Cara mamma, cara mamma,
se potrai venire a cercarmi
forse, forse mi troverai
sotto un fiore strano,
come il cappello
di un giovane alpino.

mise en page:
paola musarra