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"Raccontare" un museo
Una gita ad Anzio

di
Gianni Tomasetig
foto: Laura Rossi

ruderi foto: Laura Rossi
Introduzione

Ad Anzio, dove ho insegnato per diversi anni, sono tornato recentemente con un gruppo di amici batesoniani in occasione delle Giornate Europee del patrimonio..

Giusi Canzoneri, responsabile del Museo Civico Archeologico, ha ideato un nuovo modo per far conoscere la storia del ricco patrimonio culturale di Anzio, superando la prassi tradizionale della “visita guidata”. Perché affidarsi sempre e comunque all’ “esperto”? Perché non chiedere ai cittadini stessi di raccontare la storia archeologica della loro città, coinvolgendosi personalmente nella narrazione?

“Diventare coraggiosi. Mettersi in gioco. Esporsi, studiare insieme, condividere un progetto e diventare un gruppo, una comunità sana, passando attraverso il sapere, l’impegno e la condivisione.”

Così Giusi nella Premessa al programma di un percorso narrativo a più voci, che ci ha piacevolmente guidato nel Parco Archeologico della Villa Imperiale, che ci ha fatto scoprire i resti di un Teatro Romano e di un Cisternone, e ci ha permesso di accostarci più “intimamente” ai tesori del Museo Archeologico: la Fanciulla d’Anzio, il guttus (un antico biberon a forma di elefantino), il Ninfeo di Ercole…

vetrina foto: Laura Rossi

Ci è stata consegnata una capace cartellina con una adeguata documentazione scientifica, da studiare a casa, con calma, mentre sul posto abbiamo avuto il piacere di ascoltare le voci dei “narratori” e delle “narratrici”: Andrea Annibaldi, Mauro Agostini, Claudia Dell’Angela e Rossana Venturelli, insieme alla stessa Giusi, ideatrice del percorso.

Giusi Canzoneri - foto Laura Rossi
Giusi Canzoneri - foto Laura Rossi

Mi hanno colpito l’attenzione e le continue premure nei confronti dei visitatori e la cura dei particolari. Qua e là, nelle sale del Museo erano disposti vassoi con biscotti, caramelle, bicchieri e bibite rinfrescanti.
All’ingresso della Villa Imperiale c’era un grande contenitore con dei cuscini, che ci hanno consentito di ascoltare con tranquillità, comodamente seduti sui ruderi, Mauro Agostini, mentre faceva rivivere per noi le vicissitudini del Parco Archeologico, riaperto al pubblico solo nel 2001, dopo anni di abbandono.

Ma ecco la cosa che ci ha più sorpreso: all’ingresso del Museo c’era un grande cesto con tanti peluches, uno diverso dall’altro. “Ho notato”, ci ha detto Giusi, “che i bambini molto piccoli, diciamo, sotto i quattro anni, quando entrano nel Museo sono intimoriti, vogliono dare la manina ai genitori, alcuni addirittura vogliono essere presi in braccio. Guardano con occhi spalancati tutti i reperti sigillati dietro le vetrine, ma soprattutto le statue li colpiscono: senza testa, senza braccia, con una sola gamba...

torso - foto L.Rossi


Ho pensato che forse questo potesse rappresentare per loro una mancanza, una perdita.
Allora è nata l’idea del
peluche, come “oggetto transizionale”, secondo l’espressione di Winnicot: un amichetto che li rassicura e li accompagna durante tutto il percorso all’interno del Museo!”

Chiedo a Giusi: “Ma una volta finita la visita, il peluche va rimesso nel cestone, come reagiscono i bambini?”

“Finora nessuno ha fatto i capricci.”


(Ma io conosco un “adulto” che ha fatto i capricci per il cuscino... e Giusi glielo ha regalato!)

Il cuscino (part.) - foto Laura Rossi
mise en page:
paola musarra