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Nel carcere di Favignana

"Se la pena vale..."

di
Pasquale Musarra
psicologo clinico
"manutentore delle strade della mente"
scrittore, poeta
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Galera
di Sante Notarnicola

Là, dov’era più umido
fecero un fosso enorme
e nella roccia scavarono
nicchie e le sbarrarono

alzarono poi garitte e torrioni
e ci misero dei soldati, a guardia

ci fecero indossare la casacca
e ci chiamarono delinquenti

infine
vollero sbarrare il cielo



non ci riuscirono del tutto

altissimi

guardiamo i gabbiani che volano.

Favignana 1 giugno 1973



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Favignana, ottobre 2013
Nelle galere il tempo smette di camminare, avanza, come nei manicomi, a passi cadenzati da catene di sentenze e diagnosi che determinano misure carnali e mentali.

Le galere fanno male a chi ha fatto male e a chi ha la colpa di non avere colpe.

Andrebbero aperte e rinchiuse, come i cancelli delle case di campagna ad evitare che i lupi affamati di potere facciano razzie del bene comune.

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Carichi di questo preambolo siamo andati nell’isola di Favignana, capitale onoraria delle carceri italiane, dove si isolano i carcerati collocandoli in isolamento.

Ci siamo andati a mani nude, lasciando le nostre riserve e bisacce ricolme di giudizi e sentenze fuori dai cancelli mastri.

Abbiamo osato, portandoci ben nascoste dentro la nostra carne armi invisibili: un’idea dominante, la curiosità e una sfida... Ne vale la pena?

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Ci trovammo, appena entrati tra muri altissimi armati di cemento, sbarre d’acciaio vigoroso macchiate da impronte di mani che le logorano e le accarezzano continuamente.

Chiavistelli che si lasciavano penetrare con fragore da chiavi scorbutiche e sbilenche.

Nei corridoi circolavano sorrisi educati e maleodoranti che sfioravano e vibravano d’indifferenziata curiosità: ma chi sono? Che vogliono? Che sono venuti a fare qui? sussurravano tra labbra serrate gli uni e gli altri.

Lì dentro, nel carcere, tutto è un segmento finito del nulla, un dettaglio che si ricompone nel niente, dove ogni particella di spazio appartiene a se stessa.

Invece l’essenza, lo spirito, il noumeno della galera appare essere il tempo, ad essa si immolano, si prostrano, si sottomettono i valori fondanti dell’esistere: la felicità, la libertà, la parola, la nostalgia l’inquietudine.

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(poesie di un detenuto del carcere di Favignana)

Solo un ramoscello

Solo un ramoscello restava nel forte albero
il temporale lo aveva distrutto
era esile
come la speranza di un condannato all’oblio
ma pian piano mise radici
nutrendosi solo del cibo offerto
anni passarono oramai era un albero forte
le intemperie lo avevano cambiato
i suoi rami tendevano al sole
nutrivano i radi fiori che da esso
traevano conforto
e i viandanti
alla sua ombra sostavano
quasi tutti
lasciando una cicatrice
la linfa fuoriusciva come sangue da un cuore ferito
ma quei pochi che gli erano grati
lo ripagavano fortificandolo
ogni giorno di più.

Passato


Passato sofferente
A volte violento
Passato pesante come una catena
Che imprigiona il corpo e la mente
Passato da ricordare per ricominciare
Per perdonare
E farsi perdonare

Nell’entrare in galera ci tiene conforto e ci guida, nascondendo la nostra paura con spavalderia, il pensiero, la presa d’atto che noi non siamo loro, i carcerati, i malati di pena, gli allontanati.

Noi non siamo loro, dopo saremo accompagnati fuori, in strada a riprenderci i nostri passi. E noi non siamo né colpevoli né giudicanti, e se loro rimangono lì, dentro le mura, è perché un delegato dello stato, un giudice ha stabilito l’ordine della pena.

Appena arrivati nel salone principale, ci sediamo, togliendo il tavolo, sul muro basso. Per comodità o per solidarietà... boh chissà forse per mestiere.

Entrano loro, coloro, essi i carcerati, in fila per due, scanzonati, penzolanti e scontenti. Tutti hanno le dita delle mani pendenti e gli occhi che sezionano tutto con accortezza senza dimostrare alcuna curiosità.

Prova microfoni, quello a sinistra non funziona, musici e parlatori assumiamo un contegno rigido e professionale, gentilezze da protocollo e soprattutto rassicurazioni militari dagli uomini e dalle donne in divisa.

S'impone all’improvviso un pensiero: e se scoppiasse la rivolta? E se ci prendessero in ostaggio ? Noi carcerati dei carcerati!!!! Un bel casino, saltano i conti. Ma che stiamo combinando, dice il silenzio parlato di uno di noi. Ma ne vale la pena?

Ai attacca con la musica, i professionisti delle note scelgono un brano circostanziato, consono all’ambiente murario. Dopo la lettura di scritture: sarò, non passa tempo etc.

Dal primo microfono seguono sussurri e grida di storia, di letteratura, e di cancelli che si aprono e si chiudono, di sentenze e deportazioni.

Altre note cantate e recitate ed ecco che si piazza tradito dalla commozione degli scritti in mezzo alla sala, il manutentore delle strade della mente.

Lui che sa si volta e si rivolta, cerca finché prima ne afferra uno poi un altro, il secondo ,il terzo... lo spazio si allarga, il tempo restringe, il cerchio è fatto. Magia, violazione di senso, saper fare.

Qualcuno addirittura osa. E perché non ci parla di lei invece di interrogare noi!!!!!

Non fa una grinza la provocazione, all’improvviso diventa dialogo, scambio. I volti si tramutano, i visi grigi degli astanti, finalmente, si impossessano del colore, dei primordiali rossori dell’intesa.

Ne nasce un concerto di volti umani che chiedono e vogliono e sanno di sapere.

Basta, meglio non andare più in là, dove diventa difficile risalire le pareti lisce e bianche.

M per zittire la parola serve la musica e la voce, ancor meglio se forestiera, ad evitare e fermare quel tempo che per la gioia della felicità stava iniziando a camminare, con il rischio che andasse a sbattere in uno di quei muri di cemento armati di ferro.

La lancetta del tempo s’era mossa dentro la sfera magica delle parole.

Era questo quello che voleva la macchina del pensiero prima di entrare in galera, per questo eravamo andati in carcere: mettere in moto il tempo!!!!!

Siamo alla fine del permesso stabilito, qualcuno si confonde è quasi allegro, è quasi contento, ci invita a pranzare con loro, i carcerati ed ha quasi voglia di salutare con un abbraccio... ma quello era solo un uomo che si era ubriacato di parole e di canti, di canti e cunti.

La realtà imponeva altro: loro dovevano rimanere in carcere e noi dovevamo rimanere fuori dal carcere!!!!!!!

Si va via, appena usciti dalla galera, contenti e scontenti , annusando l’odore della libertà ci sforziamo di ricordarci i momenti di un sogno appena sognato.

Gli occhi nostri che non usano parlare con le parole dicevano tra di loro: “ e sì che ne è valsa la pena!!!!”.

Pasquale Musarra

Messina, ottobre 2012
Appena dato alle stampe il libro di poesie del mio amico Pasquale Musarra (Matelica, dalla parola al tempo, editore Antonio Siciliano) "Perché non portiamo in carcere questa poesia? Magari per Natale!”, è l’invito di un lettore ; mi acciglio, rifiuto l’idea, poesia in carcere a Natale, mi sa di regalo, mi sa di... umano, troppo umano.

Per mestiere apro e chiudo cancelli, per condizione e per molti anni di cancelli ne ho chiusi tanti; ho passato molte ore in carcere, anche giorni interi, a verbalizzare interrogatori, a raccogliere parole contro il tempo, a cercare di carpire le visioni oltre gli occhi di chi avevo davanti, a studiare ogni solco delle mani, i movimenti, ad eludere gli sguardi che cercano giustificazione, non giustizia.

Rapida, la contabilità di quelle ore e di quel tempo tolto al mondo, ha preteso un pareggio!

Adesso, rivoglio indietro parole e tempo, il loro, di quelli che hanno passato il cancello, tocca a loro ridarmi le parole che stavano scritte sulle mani e dietro gli occhi.

Il libro andrà in carcere insieme al poeta, costi quel che costi perché la pena vale! Deve valere la pena altrimenti che senso ha...la pena senza valore. Pena è remunerazione, senza sconti. Fine pena Mai. Leggerlo è una schioppettata sugli occhi, il tempo infinito del mai dilata quell’attimo fino ai confini della memoria e quell’attimo, la memoria non la abbandonerà mai.

E' chiaro adesso che condurrò il poeta in carcere, non uno di quelli dinamici, di passaggio dove si stivano penitenti in attesa del giudizio, no, il luogo della pena sarà quello del tempo anomalo voluto dalla norma, un isola del tempo circondata da mura di cemento.

Favignana, 7 ottobre 2013. Il 7, per caso è il mio numero preferito, il settimo dito della mano, l’indicatore...

La casa di reclusione è di nuova costruzione, appena 2 anni, non fosse per le telecamere ed i cancelli blindati parrebbe uno dei tanti resort di lusso dell’isola, all’interno l’atmosfera non cambia, appare come un carcere a 5 stelle, ed in realtà lo è; odora ancora di nuovo e di pulito, non avverto l’odore dei pasti cucinati per il pranzo, i muri non raccontano nulla, i rumori soffusi non mi rimandano il ritmo consueto del biliardino nell’ora d’aria, la luce prepotente e bianca dell’isola penetra dalle vetrate e dal cortile interno come irriverente provocazione; una leggera concitazione ci accoglie, gli agenti di custodia lanciano sguardi disincantati quasi a dire che tanto... Espletano con calma le incombenze per la sicurezza, controlli e perquisizioni, mi sento leggermente spiazzata, entravo in carcere come andare al bar... prima.

Favignana già dice carcere come l’Elba, l’Asinara... Qui dice carcere e dice Borboni, tiranni, tempi cupi, addirittura due castelli due fortezze in quest’isola a recludere, e specie chi andava annientato, ma non reso eroe con la morte.

La storia più recente ha avuto bisogno di carceri super e qui ci ha costruito attorno un muro di cemento più armato delle forze che vi custodiva.

Penso che la storia ha avuto molta paura delle idee , non posso fare a meno di pensarlo, i carceri che ho varcato sono stati tutti super... Palmi, Messina, Favignana.

La sala destinata all’incontro è un grande salone con un palcoscenico in fondo, scegliamo di eliminare il tavolo adibito a cattedra per non creare barriere, in fondo siamo lì per esporci, certo non perché siamo più buoni, perché ci ricordiamo di loro , lavoriamo di loro quotidianamente, a volte ci svegliano la notte le loro istanze, siamo qui a cercarli a cercare le loro parole recluse, ed a tradurle.

Il piccolo plotone disordinato fa il suo ingresso in sala con fare disincantato e sicuro, come quelli che si sentono a casa e per dovere di cortesia fanno finta di essere interessati, siedono ordinati sulle sedie schierate nelle fila predisposte dall’ordinamento. Eterogenei: giovani, vecchi, neri, magri, alti, muscolosi, raffreddati, vispi, ragazzi... un piccolo numero, ma il 30 per cento, ci dicono gli educatori.

Nella calma concitazione dei preparativi non si distinguono bene i ruoli, ci si scruta a vicenda come per capire da chi di noi bisogna difendersi o chi di noi attaccare, mi sembra reciproca la cosa e già mi piace, mi rinfranca, il timore della mattina comincia ad abbandonarmi, sento che in quella sala non ci sarà il posto per l’indifferenza.

Intanto la musica per amalgamare, le presentazioni, le precisazioni...il poeta non vuol essere appellato tale, ma anche i criminali non vogliono essere chiamati così..., cominciamo a metterci sullo stesso piano, si legge crudelmente ciò che fa male al poeta, ma va fatto! Si tiri giù la maschera... adesso siamo pronti.

E lui, il poeta recluso, lo sa bene, lo aveva capito, vuole restare invisibile, dare le sue parole senza nome, ma anche lui a breve sarà spiazzat , non resiste alla radiografia delle sue parole ed affonda, anche lui, chiede di non giocare con la loro mente, ma non stiamo giocando e lo avverte totalmente...

Accenni di storia, un momento per rivitalizzare il genius loci , l’orgoglio dell’appartenenza a gloriosi passati di eroi e leggende. Accenni di vita, loro, li scopro...lo so, io, vi ho letti tante volte... nelle lettere, nelle istanze, nelle intercettazioni e lo dico: gli amanti più appassionati della libertà stanno in carcere, lo confermeranno di lì a poco :” cosa giusta è essere come si vuole “

Ho trovato più poesia nelle confessioni di un assassino a volte, che in un’intera antologia, ma anche la poesia è una pena che vale, anche la poesia ha un fine pena Mai, lo sanno i poeti, qui in questa sala...

Dalla parola al tempo...la fine della poesia... il poeta deve andare, essere nel tempo della poesia... e si comincia a trovare un linguaggio comune, parole strane come i pazzi (o i poeti) che parlano alla luna, come i pazzi... chi si sognerebbe di parlare ad un sasso??

Il dialetto accomuna, conforta, compiace... anche gli Africani. Dall’Africa vengono le parole in arabo, l’intero alfabeto recitato che sembra musica o preghiera... e c’entra anche Dio e la felicità, si riesce a parlare di felicità in carcere e tutti ne parlano anche il prete, in incognito, ma va via senza salutare...

Le sedie rompono le schiere, inizia la danza... una per volta, dapprima... poi tutte insieme a formare un cerchio, senza ruoli, né demarcazioni, uno scambio, rimbalzi, moltiplicazioni...la musica, una voce, la voce di Anita dono di sé prezioso, riceve compenso di lacrime nascoste: Let it be, e così sia! Lasciamo che siano lacrime e sorrisi e sguardi persi che si allontanano e chitarra sublime e mani che cantano.

E' energia vibrante quella che intreccia corde di sguardi e parole, parole forti, per nulla compiacenti, pacche robuste sulle spalle, come quelle che scuotono il dolore, il rimorso, la morte... e pretendono risposta, reciproca. Incalzano i respiri e gli interventi, disciplinati, rispettosi, veementi ..il tempo vola come si fa a continuare...

Restate a pranzo con noi! non è possibile , occorrono autorizzazioni superiori... la musica , la musica accorre, ci viene incontro, unisce per separarci ... bisogna andare. Tornate, noi qui ,come facciamo a volerlo? Si può, chiedetelo, verremo ancora.

Non basta bastarsi. Vanno, andiamo... fuori, noi. Noi, tutti, dimentichiamo di riprendere i documenti lasciati all’ingresso, la nostra identità per un attimo sospesa fra dentro e fuori...

Penso , ancora una volta, col mare di un azzurro spietato in faccia, che chi ha guardato negli occhi un assassino è reo di pena, di una pena che vale.

Francesca Cannavò

Vedi anche su MeDea:
"Chi è Pasquale Musarra?" di Gianni Tomasetig e
"Dimmi, Forestiero..." di Paola Musarra su una poesia di Pasquale

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