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Attraversando

di
Paola Musarra


O vivin in tiare di cunfin
e o cognossin i limits.

E al è cussì ch'o savin
cemût scjavaça.
L'Arlêf, 2004


1. Curiosità epistemologiche

Questi versi friulani dell'Arlêf ("Viviamo in terra di confine - e conosciamo i limiti. - Ed è così che sappiamo - come andare oltre.") mi sono venuti in mente per una strana associazione quando Lucilla Ruffilli, una delle fondatrici del Circolo Bateson romano (potete visitare il Laboratorio epistemologico di Lucilla "Pensare per storie") mi ha rivolto l'imbarazzante domanda:

"Ma che cos'è MeDea?"

Sul momento ho risposto citando più o meno a memoria quello che abbiamo scritto sul sito. Ma una volta tornata a casa i versi dell'Arlêf sono riemersi dalla mia memoria e hanno cominciato a turbinare, posandosi su libri fogli cartelle computer telefonino, fino ad atterrare su...

... i versi dell'Arlêf...

Ma procediamo con calma. Non trovavo una risposta univoca alla domanda di Lucilla. Provavo a seguire un tenue filo: MeDea è arrivata finalista nel 2004 al Premio DonnaèWeb nella sezione "Arte e cultura", quindi... Ma le infinite definizioni che si possono dare di questi due termini, "arte" e "cultura", non mi aiutavano a trovare un comune denominatore per tutto ciò che trova spazio sul nostro sito: le vele di Luigi Candela, le voci dalle Valli del Natisone, il "Mishima" di Patrizia Lessi, le donne albanesi, le foto di Susanna o di Amelia, gli acquerelli di Paola Rosati, le poesie di Lucia Gazzino, i libri d'arte di Loretta Cappanera, il mio HTML, lo studio sul lavoro delle donne di Angela Frulli, il brico(l)lage di Giuseppe O. Longo, Topolò, le performance di Isabella Bordoni...

Che cosa hanno in comune tutte queste riflessioni, proposte, storie, emozioni? E perché sono accolte su MeDea?

2. Alla ricerca di un comune denominatore

I versi dell'Arlêf sono atterrati volteggiando sulla copertina blu scuro di un libro di Enrico Castelli Gattinara dal titolo per me assai invitante: Pensare l'impensato (Meltemi, Roma 2004). Ho avuto occasione di conoscere Enrico in due occasioni, quando abbiamo presentato insieme dei lavori di Giuseppe O. Longo (ve ne ho parlato su MeDea).

Leggiamo dalla quarta di copertina:
"Questo libro nasce dal bisogno di mettere a confronto diverse forme dell'esperienza culturale per riconoscerne le intersezioni e i rapporti, nella convinzione che nessun ambito disciplinare possa istituirsi in solitudine, senza un confronto molteplice.".

Bene, un concetto molto batesoniano. E il pensiero di Gregory Bateson appare in filigrana lungo tutto il volume. Qui mi interessa soffermarmi soprattutto sul concetto di "limite", di "confine", suggerito dai versi dell'Arlêf.

I confini sono essenziali per la comprensione e la conoscenza, per evitare la confusione e l'omogeneizzazione.
Leggiamo a pag. 16:
"Per bene conoscere occorre segnare dei limiti. Limiti mobili, che possono cambiare, che s'articolano secondo punti di vista, che si flettono e si spostano nel tempo, che sono persino in grado di cancellarsi, ma pur sempre limiti, bordi, contorni.".

A questo punto si aprono davanti a noi due strade ben precise.
La prima considera il confine come un assoluto, che separa il "dentro" che è nostro dal "fuori" che è alieno. Ci si arrocca nella propria cittadella ben difesa, ben protetta, nel proprio ambito ristretto che ci si illude di poter controllare ("il confine, questa camomilla notturna per i pacifici sonni dei benpensanti", ha scritto Gianni Tomasetig in Tra vecchi e nuovi confini, p.34).

La seconda strada invece vede nell'atto stesso di istituire un confine un invito ad attraversarlo. Leggiamo ancora (pp.17-18):
"Se la differenza ha senso, è perché esistono limiti e confini che la rendono attuale, che la rendono attiva. (...) Ma la differenza implica sempre un rapporto, una messa in relazione, un confronto e quindi una tensione fra una cosa e l'altra... e questa tensione si esercita ai confini.(...) Per quanto ci si rinchiuda o si rinchiuda, per il fatto stesso di farlo, si prepara l'evasione.".

Partendo da queste parole di Enrico Castelli Gattinara tocca a noi cominciare a riflettere e a coinvolgerci. Il suo discorso non riguarda infatti solo i confini geografici, nazionali, geopolitici.
E' troppo facile dire "non sono leghista" o "sono disponibile nei confronti degli extracomunitari" (magari aggiungendo "se sono in regola!").
E non basta neanche varcare i limiti dei diversi campi del sapere (una certa interdisciplinarità, in fondo, è accettabile, si può fare, è di bon ton perfino nei chiusi giardinetti accademici).
Né possiamo illuderci di istituire un autentico incontro con gli altri, un vero contatto, se il nostro atteggiamento è in realtà quello di un prete nel confessionale, che dopo aver "ascoltato" distribuisce penitenze e/o assoluzioni.

La riflessione sul "limite", sulla "differenza", se portata fino in fondo, ci costringe ad affrontare un altro tema profondamente urticante per la nostra sensibilità di occidentali ben protetti/e.

Sto parlando della crisi della centralità dell'io.

Se è vero - ed è vero, non fatevi illusioni - che l'io non se ne sta da solo al calduccio in un punto imprecisato del nostro corpo (nel cervello? nel cuore? nel fegato? nel sesso? nell'alluce sinistro?) o della nostra ipotetica animula vagula blandula, ci toccherà cercarlo nella relazione con gli altri, con il mondo circostante. Ahi ahi.

Ma non è tutto. Se così è - ed è così - quanti "io" abbiamo? Con quanti nostri "io" dobbiamo avere a che fare?

"Je est un autre", diceva Rimbaud. Vi invito a leggere tutta la prima parte del volume di Enrico Castelli Gattinara intitolata appropriatamente L'io infranto per godere (o per soffrire, dipende da voi) di questa frantumazione attraverso le testimonianze di filosofi, scienziati, scrittori sul gioco perverso dei pronomi personali ("I pronomi! sono i pidocchi del pensiero", diceva Gadda).

Enrico Castelli Gattinara, pensare l'impensato, meltemi 2004


3. Sì, d'accordo... ma MeDea?

Credo di averlo individuato il comune denominatore che unisce, attraverso legami dendritici sotterranei, i diversi contributi o eventi che appaiono su MeDea..

E'questa disponibilità ad uscire dai propri confini protetti per mettersi responsabilmente in gioco insieme (ho detto insieme) agli altri e alle altre, con proposte, segnalazioni e riflessioni fuori dal coro, che istituiscono luoghi insoliti e provvisori (ma l'archivio li conserva!) di incontro e scambio, all'insegna dell'attraversamento e delle differenze.

Sono piccole evasioni, piccoli spostamenti, piccole trasgressioni, eppure hanno una loro forza proprio perché comportano una "esposizione" personale. In questo gioco rischioso c'è chi si perde per strada... ma altri/e ci raggiungono per lottare contro l'omogeneizzazione delle forme e dei contenuti. Si disegna così una geografia degli affetti che scopre sorprendenti corrispondenze.

Vorrei concludere con un caso emblematico di "attraversamento", che vi abbiamo già segnalato negli "Eventi".

Da Venezia a Pekino un piccolissimo gruppo di motociclisti senza appoggio ha varcato tredici frontiere con tredici tappe: in Slovenia, Croazia, Serbia, Bulgaria, Turchia, Georgia, Armenia, Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Kirgyzistan e Cina.

dal sito www.marcopolo2005.it
dal sito www.marcopolo2005.it

Quindicimila chilometri, la Via della Seta. Ma il Marco Polo 2005 Motoraid non è stato soltanto un exploit sportivo: è stato anche l'occasione, come recita il comunicato stampa, per "abbracciare popoli e culture diversi, per lanciare un messaggio di pace e speranza in terre spesso martoriate da guerre e tensioni.".

Al viaggio è collegata una iniziativa artistica e scientifica, ideata dall'artista Paolo Monti, che lavora da molti anni al limite tra arte e scienza.

I motociclisti, ad ogni tappa del percorso, hanno raccolto firme su tredici banconote di dollaro che Paolo Monti ha completamente decolorato, asportandone il pigmento. In tal modo questi "fogli bianchi" hanno perso il loro valore monetario, riempiendosi di nuovi colori e nuova vita.

Al ritorno dalla spedizione le banconote saranno analizzate con diversi sistemi spettrografici alla ricerca delle "tracce" lasciate dal viaggio, restituendoci una realtà complessa.

Muoversi con agilità da un piano all'altro del sapere, pensare l'impensato delle cose, delle opere, dei concetti, dei corpi e degli spazi, per cogliere la straordinaria complessità del nostro presente, ci suggerisce Enrico Castelli Gattinara. Il percorso ricco e originale dell'operazione Marco Polo mi sembra che vada proprio in questa direzione.

"Trasformiamo le frontiere in vasi comunicanti e le bandiere nazionali in vessilli di pace", ha scritto Gianni Tomasetig dopo una conversazione con Paolo Monti.

Ma per presentarvi Paolo Monti in modo più adeguato preferisco lasciare la parola a titjan, mio avatar prediletto e personaggio di confine quant'altri mai:

redazione e mise en page: 
pmusarra

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