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Con Ferruccio Cesaretti Salvi

Vivono le sue storie

di
Paola Musarra

Roma, ottobre 2011

Quando Ferruccio ci lasciò più di un anno fa ricordai su MeDea il mio caro compagno di università citando due versi dalla postfazione del suo libro Lo studiolo dipinto (Mobydick, Faenza 2006).

Lo studiolo dipinto, copertina

Quest'anno i suoi figli hanno deciso di riunire in una bella libreria di Monteverde Nuovo una ventina fra parenti e amici cari. Ognuno avrebbe potuto, in un prezioso anarchico disordine, dire o leggere qualcosa nel ricordo di Ferruccio. Alla fine della serata ci sarebbe stato un piccolo rinfresco.

Sono andata all'appuntamento con molta trepidazione. Avevo già sperimentato la formula dell'"ognuno legge (o dice) ciò che vuole" e l'avevo trovata molto positiva (troverete il resoconto su MeDea nella terza parte di "Di bar in bar", Alla Lungara). Ma avrebbe funzionato in questa circostanza, così diversa?

Dopo aver attraversato la grande libreria, arricchita e colorata dai prodotti del mercato equo e solidale e da numerose pubblicazioni per bambini, siamo entrati in una saletta con una ventina di sedie disposte lungo le pareti e un grande tavolo da un lato, con pizzette, patatine, sfizi, piccoli tramezzini e numerose bevande.

I nipotini di Ferruccio, peraltro educatissimi, ci hanno rallegrato durante tutta la serata sfrecciando silenziosamente qua e là e prenotandosi mentalmente un posto vicino alle patatine...

Con me c'erano Mario Pinchera, uno degli amici più cari di Ferruccio, e il mio compagno, che non lo aveva conosciuto e sperava di "conoscerlo" in questa occasione.

Quando tutte le sedie si sono riempite, la figlia di Ferruccio, Michela, ha dato il via con batticuore alla serata (pensate a Come mi batte il tuo cuore di Benedetta Tobagi...) introducendo il tema della gentilezza: Ferruccio era un uomo gentile.

Un ottimo inizio. Per me dire di una persona (specialmente di un uomo) che è "gentile" è il massimo degli elogi: gentilezza vuol dire attenzione, ascolto e cura nei confronti degli altri. Mi viene da pensare all'Elogio della cortesia. L'attenzione per gli altri come forma di intelligenza di Giovanna Axia (il Mulino 1996) e all'Elogio della gentilezza di Adam Phillips e Barbara Taylor (Ponte alle Grazie 2009).

E subito, a questo primo "filo", hanno annodato e intrecciato i propri "cordoncini" molti dei presenti, colorandoli con diverse sfumature.

"Questo amico mi ha riempito la vita, con lui era tutto una festa", dice il pittore Cesare Mirabella (il disegno sulla copertina del libro di Ferruccio è suo), ricordando le piccole attenzioni che gli riservava ma anche l'esperienza culturalmente indimenticabile di una mostra visitata insieme...

dalla copertina - disegno di Cesare Mirabella

"Ferruccio ha portato sorriso e allegria ai miei vecchi genitori" dice Mario ricordando l'antica amicizia. Al padre di Mario (la sua figura è evocata dal figlio in Caffè Greco), Ferruccio aveva donato il sangue; il vecchio signore amava dire "Nelle mie vene scorre un po' del suo sangue...". Poi Mario ricorda la lucida razionalità di Ferruccio, comunque sempre nutrita di comprensione.

La cognata ci ricorda che la sua affettuosa sollecitudine spesso si trasformava in pignoleria, come quando a New York si preoccupava che lei, donna frizzante e fantasiosa, non raccogliesse accuratamente per strada le cacche del cane o non diffidasse di un tassista che a lui era sembrato poco rassicurante...

E al filo della "pignoleria" si riallacciano subito molti dei presenti. Il figlio Matteo (che mi regala inconsapevolmente un emozionante flash proustiano - Le temps retrouvé... - ridendo a bocca aperta e girando un po' la testa come faceva il padre) ricorda con gratitudine l'accuratezza e la precisione con la quale Ferruccio gli insegnava a fare piccoli lavoretti per casa.

E' subito un coro: come attaccava i quadri, la sua accuratezza nell'apparecchiare per gli amici, l'amore per le piccole cose, i piccoli oggetti da collezionare... Una testimonianza: "A New York Ferruccio viaggiava dentro se stesso". Girando da solo nella grande città aveva scovato un piccolo tesoro in una vecchia libreria: alcuni librini della casa editrice Salani, che erano stati scritti per i nostri emigranti in un linguaggio semplificato, per ricordare la patria lontana...

Grazie alle parole non banali che amici e parenti gli regalano è come se pian piano la figura di Ferruccio si definisse, uscisse dalla nebbia... Eccolo, sale sorridendo le scale di una terrazza..."Quando mi invitava a pranzo si metteva il maglioncino rosso perché gli avevo detto che gli stava bene...".

Sento che è arrivato il momento anche per me di aggiungere il mio filo colorato a questa tessitura. Mi annoderò al filo della pignoleria, certo, ma anche e soprattutto a quel suo rigore, a quella pulizia intellettuale che trasformava in un'avventura indimenticabile ogni esperienza fatta insieme.

A casa avevo preso in mano il suo libro di poesie, chiedendomi quale avrei potuto leggere senza emozionarmi troppo, ma mi ero fermata al risvolto di copertina...

dal risvolto di copertina

Sì, abbiamo fatto insieme due traduzioni, due difficili, impegnative (vedremo perché) traduzioni per la casa editrice Laterza. Io ero stata interpellata per la mia conoscenza del francese.

Le due opere (un interessante intreccio di letteratura, psicoanalisi e ... molte altre cose) avevano una caratteristica comune: le citazioni erano fatte dagli autori senza citare il luogo, l'opera, la pagina... insomma, tutto ciò che una casa editrice seria giustamente pretende. Bene, spettava a noi traduttori integrare le citazioni con quelle che sarebbero diventate innumerevoli [n.d.T] (note del Traduttore) a piè pagina... Ah, dimenticavo: dovevamo anche controllare se esistevano traduzioni italiane dell'opera citata.

Ora, non so se vi rendete conto di quello che poteva significare svolgere questo lavoro SENZA INTERNET (erano gli anni 1969 e 1972)... e con Ferruccio (la sua pignoleria raggiungeva livelli di incandescenza!).

Cesare Mirabella mi ha detto alla fine dell'incontro che si era chiesto chi mai fosse la povera martire che aveva svolto questo lavoro di collaborazione... In realtà - e qui viene fuori l'altro filo conduttore della serata - lavorare con Ferruccio diventava una meravigliosa avventura intellettuale.

Ci dividevamo il lavoro. Io Mallarmé, Salinger (Alzate l'architrave, carpentieri!), Ferruccio... Marx! Lo ricordo letteralmente "deglutito" dall'Istituto Gramsci, con tutte le opere di Marx sul tavolo...

La sera ci ritrovavamo per spartirci il bottino come due ladri... A casa mia facevamo le ore piccole con interminabili discussioni ("psicanalisi" o "psicoanalisi"?), poi lui se ne tornava a casa attraversando Roma di notte.

Io andavo nel pomeriggio a casa loro. Michela era piccola, mi avvistava dal terrazzino e subito coinvolgeva tutto il caseggiato urlando "MAMMA, sta arrivando l'AMICA DI PAPA'...".

Voglio concludere con un altro ricordo personale. Al tempo dell'università io avevo uno dei primi registratori a nastro, grosso e pesante. Decidemmo con Ferruccio di fare una seduta di registrazione.

Dopo tanta cultura, penserete forse che le nostre scelte riguardassero, non so, forse Baudelaire o Pierre Reverdy o magari Jean de Sponde o - perché no - Guido Guinizelli. Non proprio. La magistrale registrazione riguardò (ah, ritrovare quella bobina!)... "Casetta de Trastevere", nota canzone romana (ve la offro nell'interpretazione di Claudio Villa):

"Fa' piano murato' co' quer piccone
nun lo vedi, c' mamma ancora llì..."

In quella occasione la pignoleria di Ferruccio si scatenò nella ricerca di un "rumore" adeguato di sottofondo: come rendere i colpi di piccone? Alla fine optammo per qualche buon pugno assestato sul fianco di una vecchia credenza...



mise en page:
paola musarra