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Per i vent'anni del Circolo Bateson

Squilli di fanfara per Longo

di
Paola Musarra


G.O. Longo - Squilli di fanfara lontana

L'ospite d'onore della festa da bibli per i vent'anni del Circolo Bateson? Giuseppe O. Longo, traduttore di Bateson per Adelphi, professore emerito di Teoria dell'Informazione, matematico, scrittore - e anche attore (è Presidente onorario del "Circo" Bateson). E non dimentichiamo che Longo è presente da anni su Medea.

Enrico Castelli Gattinara ed io abbiamo presentato il suo più recente libro di narrativa, Squilli di fanfara lontana (Mobydick editore, Faenza 2010).

Enrico, direttore della stimolante rivista Aperture - Punti di vista a tema, è autore di numerosi articoli e saggi. Due suoi libri mi sono particolarmente piaciuti: Pensare l'impensato (Meltemi 2004, ve ne ho parlato su Medea) e Le nuvole del tempo (CISU 2006).

Nel suo intervento da bibli Castelli Gattinara si è soprattutto soffermato su alcuni temi ricorrenti nel libro di Longo: l'insonnia, la malattia, il sesso come sfogo, la solitudine, la decadenza e la fragilità del corpo nei suoi aspetti più ripugnanti (le "viscere del quotidiano", l'insistenza "da endocrinologo" sulle secrezioni umane...).

Indubbiamente questi aspetti sono presenti nei ventidue "frammenti di narrazione e di vita" (così definiti nel risvolto di copertina, in realtà si tratta di racconti completi e sostanziosi, anche se cominciano e finiscono con i puntini di sospensione...). C'è una frase del frammento "Mexicòi Utca" che sembra sottolineare questa tonalità generale del libro. Il protagonista è solo, di notte, a Budapest, e sente qualcosa che gli attanaglia la bocca dello stomaco e non sa se sia "la perdita di una speranza, la traccia della sofferenza, il preludio di una sconfitta". (p.100)

Comprendo che, ad uno sguardo maschile, questa visione così cupa possa apparire inquietante, per non dire spaventosa.

Io, tuttavia, forse perché sono una donna (e per di più vecchia) non mi lascio spaventare dalle secrezioni, perciò ho scelto un percorso particolare all'interno di questi frammenti: il rapporto con le donne. Vediamolo da vicino, lasciandoci trasportare dalla magìa dello stile inimitabile dello scrittore.

Al centro, c'è sempre un corpo desiderante, un corpo interfaccia, che capta il vicino e il lontano (nel tempo e nello spazio) con tutti i sensi, con tutti i "palpi", un corpo recettore che attraversa luoghi che potremmo definire di "estraneità familiare" (alberghi, ristoranti, case altrui...) cercando di dare un senso al mondo.

Ed è proprio questa percezione acuta dei corpi ad accendere e attizzare il desiderio come una vampa nell'io maschile (narrante o narrato),
ma il suo atteggiamento apparentemente predatorio nei confronti della donna rivela presto una inconsistenza di fondo: il predatore in realtà è preda, preda di sguattere intraprendenti, di mogli dispotiche, di cameriere provocanti.

A volte, tuttavia, è anche preda di donne che inconsapevolmente lo seducono, scatenando in lui impossibili nostalgie di vite non vissute, come nel magistrale racconto "A Dublino"...

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Nell'atmosfera fumosa di un pub dublinese c'è un uomo sul quale Joyce esercita una misteriosa attrazione, quasi un incantesimo.

Ed ecco arrivare una donna di mezz'età, con una brutta permanente. Si siede al pianoforte e si mette a suonare: Blue Moon... Summertime... As Time Goes By...
Sono vecchie canzoni, di quando lei era piccola.

"Da un po' mi piacciono le donne anziane", riflette l'uomo. E la donna canta, con una voce bassa e roca, sensuale: You must remember this...

Lei lo attrae per un momento (chissà dove abita, forse in un lontano sobborgo, con un marito ubriacone...). Fissano un appuntamento per il giorno dopo, al quale lui non andrà - e, chissà, nemmeno lei.

Ma Joyce, dov'è?.

Forse in un piccolo locale, affacciato su un mare esangue, ove perdersi nella smemoratezza...

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Ma il racconto per me centrale è "Bocche".

archivio Musarra - Bocca

Bocche? Certo, le labbra, il sesso, ma soprattutto un grembo materno che avviluppi e inglobi l'io maschile, mugolante, rannicchiato in posizione fetale, alla ricerca di cavità calde ed elastiche dalle quali farsi inghiottire e risucchiare in una specie di nascita a rovescio...

archivio Musarra - utero

E lui è preda di una donna che tutto sommato - lo dice più volte - non gli piace, ma che gli consente di "adagiarsi nella sua carne"
Una scena da sala parto, girata a ritroso.

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Ma ci sono altri due racconti, entrambi ambientati in Francia, dei quali vorrei parlarvi per sottolineare la ricchezza e la diversità dei modi in cui Longo declina il rapporto con le donne.

Il primo è "La stanza": Siamo sulla sponda occidentale del lago di Annecy. C'è una coppia che cerca di recuperare qualcosa dopo un disastro (non viene detto quale).

Il marito ha trovato un posto che gli sembra ideale per una vacanza, presso una vecchia affittacamere gentile e premurosa: una stanza che affaccia su un lago azzurro (appunto, il lago di Annecy), circondata da un rigoglioso frutteto.

A lui la stanza piace, è vasta, pulita, ma...
"... ma c'era qualcosa di triste, nonostante la bellezza del frutteto che avevamo attraversato per arrivare fin lì. Forse erano tutte quelle anticaglie, le fotografie appese alle pareti e le riproduzioni a colori troppo vivaci, forse il soffitto basso, insomma capii subito che a mia moglie la stanza non piaceva."

Il doppio sguardo dell'uomo e della donna si posa intorno.
La moglie non parla, se ne sta lì, in piedi, a guardare una mosca che cammina sull'orlo della tendina.
Il pavimento consunto, il lampadario vecchio stile... Tutto sa più di morte che di vacanza...

Lui apre la finestra:
"Nella vampa la terra fermentava, andavano per l'aria lucenti creaturine alate in un loro pigro vagare."
A lui piacerebbe restare, ma bisogna andar via. Lo dice alla moglie che, sempre imbronciata, comincia tuttavia subito a rimettere le cose nella borsa.

Ma adesso viene il più difficile. Bisogna parlare con la vecchia.
"Madame, scusateci, ce ne andiamo".

L'uomo non sa neppure architettare una scusa decente per rispondere alla vecchia che chiede insistentemente:
"C'è qualcosa che non va nella stanza, Monsieur?"... "Se nella stanza c'è qualcosa che non va dovete dirmelo".

E lui: "No, assolutamente. La stanza è a posto. Solo che abbiamo deciso di proseguire... Mia moglie preferisce continuare il viaggio".. "No, Madame, la stanza è a posto. Mi dispiace. Mia moglie pensava a un albergo più... più..."... "E' mia moglie... capite...".
La stanza-la stanza-la stanza
Mia moglie-mia moglie-mia moglie

Ed eccola la moglie, trafitta come una farfalla dalla penna acutissima di Longo, immortalata per sempre mentre scende le scale piegata su un fianco, barcollando sotto il peso della borsa grande. E lui, goffamente: "Aspetta, ti aiuto."

Salgono in macchina. La vecchia li segue con lo sguardo. Poi comincia a salire le scale: "Andava certo a ispezionare la stanza numero 5".

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Il secondo frammento ambientato in Francia, a Gif-sur-Yvette, è "Sulla moto".

E qui c'è una novità: è l'unico - possiamo dirlo? - che abbia un lieto fine (almeno si spera!). Anche qui c'è una coppia, con un lui che si abbandona... vediamo come.

C'è una tuta di pelle nera sul pavimento (particolare importante). C'è un lui che si materializza accanto al letto di lei. Lei si tira su, si stira, si strofina gli occhi insonnolita.

Dalle prime battute apprendiamo che

  • sono le due di notte
  • lui ha voglia di fare l'amore
  • lei non vuole farlo lì perché altrimenti la padrona di casa la sgrida.
Lei pian piano si sveglia, lui le propone di andare al suo albergo.
Lei schiocca la lingua, scuote la testa ("Sei matto... sei matto") ma sorride.
E si infila la tuta.

"Uscirono in punta di piedi. Fuori la notte di novembre li accolse stupita tra i casamenti e i lampioni gialli.
- La moto è là."

Dunque la ragazza ha una moto. Apprendiamo che

  • lui si è fatto cinque chilometri a piedi per vederla
  • lei sa il fatto suo con la moto
"Mise in moto con un colpo solo del piede. Magra nella tuta nera."
Lui la stringe forte alla vita e si lascia trasportare nella notte. Il paesaggio intorno si modifica, i grandi palazzi si diradano, si sentono profumi di campagna,

"Lui la stringeva, l'aveva abbrancata alla vita, ma si abbandonava a lei, si lasciava portare dalla moto e dal suo ansito regolare... (...) Oscillava tra l'abbandono fiducioso a quella giovane donna che lo guidava e il sonno che illanguidiva tutti i suoi sensi, e le due cose si mescolavano in una trasognata dolcezza di bambino."

Arrivano, finalmente. Salgono le scale dell'albergo facendosi le smorfie, soffocando le risate.
E l'Eros circola:
"La stanza era calda, il letto grande, morbido, intorno si sentiva la campagna, la nebbia, la Francia. (...)
Entrarono nel letto, ridendo e bisbigliando..."

Pino Longo - foto P. Musarra
mise en page: 
pmusarra

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