Circolo Bateson
Gruppo di lettura 2013-2014

I "miei" oggetti - Seconda parte

di
Rosanna Angelelli
...sogno...
(per tornare alla prima parte)

Roma, aprile 2014

4. La creatività

C’è qualcosa di ridondante nella creatività estetica, che appartiene innanzitutto all’ordine delle emozioni di chi crea. Immaginare e creare con successo ci elettrizza e ci fa vivere meglio. Ci fa andare oltre la soddisfazione dei cosiddetti bisogni naturali. Quando “crea” oggetti l’uomo, non a caso, si progetta, si misura, si pesa, si mescola in “altri” mondi, insomma si modifica. Il “segreto” dell’oggetto è questo: essere il corpo prima simbolico e poi materiale delle idee, delle nostre relazioni, della nostra cultura. La casa, l’oggetto polisemico per eccellenza, è anche il nostro corpo, vagheggiata, conquistata, “civettata”, rimpinzata, svuotata, abbandonata, riempita...

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5. Gli oggetti di Baudrillard

Sono ancora grata a Jean Baudrillard per avere evidenziato nel corso dei tre saggi, Il sistema degli oggetti, (Bompiani, 1968), Per una critica dell'economia politica del segno, (Mazzotta, 1974), La società dei consumi, (il Mulino, 1976), andando oltre la critica che Marx faceva al capitalismo industriale anglosassone, che i cosiddetti bisogni naturali dell'uomo non sono innati; che almeno nella cosiddetta società capitalistica matura (oggi parliamo di post-capitalismo le cui manifestazioni sono molto più sottili e vanno esaminate a parte) ogni merce ha valore sia come oggetto d’uso sia come simbolo sociale sia come feticcio culturale; che questo valore simbolico essendo più importante per l’uomo di quello strettamente d’uso fa sì che il consumo di certi oggetti sovrasti la produzione anche da parte delle stesse economie di piano.
Certamente tutte le società, sia quelle autoritarie e di forte potere, che quelle più liberiste e flessibili, hanno cercato e cercano di fissare i loro “valori” su sistemi di oggetti status symbol il più possibile codificati. Addirittura la stabilità culturale si ratifica tramite oggetti-segnale che sopravvivono perfino alla perdita del loro antico valore pratico. Per esempio, il matrimonio, che è una delle istituzioni di coesione sociale più estesa, fino alla metà del secolo scorso veniva preannunciato alle bambine attraverso quel corredo che si preparava sin dall’infanzia e che doveva avere un esagerato numero di capi e qualità di stoffe e ricami preziosissimi;

... ricami...


oppure il “valore” della futura padrona di casa veniva accertato dal dono di bricchi d’argento da lucidare e sistemare bene in vista per colazioni altamente improbabili.
Oggi queste convenzioni sono quasi desuete, i nostri modi di vita in casa si sono per fortuna ridotti e semplificati, la stabilità affettiva ed economica matrimoniale è sempre più labile, ma si continua a fare doni, magari sotto forma di “eventi”, quali il viaggio di nozze esotico, o un soggiorno in meravigliosi centri benessere, oppure, saltando completamente il faticoso rituale della scelta del regalo, elargendo somme di denaro liberamente spendibile. La permanenza del dono si è dileguata, ma rimane, se vi si crede, il profumo prestigioso del ricordo...
Con tutto ciò, classificare in modo statistico la sistematicità di una cultura è per fortuna molto difficile: per esempio una caratteristica della mia vita è stata quella di aver abitato in tante case contemporaneamente (compresa una barca) e di aver abbandonato tra un cambiamento e l’altro, tanti oggetti, sia per costrizione che per lucida scelta. Non ho voluto uniformarmi a uno stile, a una moda, ma nella mia ribellione c’è stata pur sempre simpatia per certe forme e non per altre.
Quello che dice Pietro Citati sul cambiamento del nostro rapporto con gli oggetti d’arredamento dall’800 in poi, non è del tutto generalizzabile. Infatti, se l’ homo novus del secondo dopoguerra “desiderava liberarsi della vischiosità del passato” a favore del “desiderio di leggerezza e di modernità”, come riassume molto bene Gloria Massucci, il cambiamento si manifestava per mio papà solo per certi ambienti e certi mobili di casa: la cucina diventò razionale e modernissima, ma la sala da pranzo che era una stanza a parte negli appartamenti borghesi del primo Novecento, fu trasformata in “soggiorno” e aveva un salotto moderno in contrasto con la “zona pranzo”, arredata con buffet, controbuffet, tavolo e seggiole liberty.
Perché questa dissonanza? Non solo perché i mobili rimasti erano effettivamente molto belli, ma anche perché essi erano stati comprati da mio nonno, e infine perché il boom economico italiano proponeva per la casa davvero elegante ambienti in cui l’antico si fondesse con il moderno. Vi ricordate quanti candelabri di chiesa e malinconici inginocchiatoi presero a popolare gli angoli del “salone” moderno e della “zona notte”?
Infine mio padre (ma a questo punto anch’io, che sono ormai vecchia) non avrebbe mai accettato di vivere come si propone oggi in un open space, con cucina a vista ridottissima, magari chiusa in un armadio...

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6. Un solo stile?

Insistere solo su uno stile compatto, omogeneo è segno di nevrosi e questo non lo penso solo io: in un film la protagonista viveva in una casa completamente arredata in toni neutri, un appartamento ossessivamente elegante, in realtà segno vistoso del disagio psichico che il regista voleva maliziosamente mettere in evidenza in quella donna. Per non parlare degli arredi borghesi dei film di Marco Bellocchio...
Gli oggetti quindi sono indicatori di storia, di gusti, di ideologie diverse e mutevoli. Aggiungo che, se mia mamma non fosse morta vecchissima cinque anni fa, accudita da figli ormai anziani anche loro, quei mobili che oggi non ho avuto cuore di abbandonare al loro destino in mano a qualche rigattiere di lusso, indipendentemente dal loro valore e dalla loro bellezza, sarebbero stati venduti da me e mio fratello con grande disinvoltura. A trenta anni avevo fatto dell’arredo moderno il mio manifesto estetico-ideologico di vita, il simbolo della mia presa di distanza (allora molto polemica) dal mondo dei miei genitori.

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7. Un solo destino?

Con la vecchiaia ci si intenerisce, la lucida consapevolezza non ha più bisogno di essere aggressivamente imposta e si assaporano piuttosto tante remote emozioni: i cristalli della credenza brillano iridescenti agli occhi assorti di una bambina pensosa; le delicate roselline del servizio da caffè sono riuscite a sopravvivere a tanti terremoti dell’animo
Voglio dire che la sorte dei mobili è legata a vicende quanto mai complicate che interessano certamente la vita di relazione di comunità più: o meno allargate in un corso di tempo... in decidibile, almeno fin quando essi non muoiono abbandonati o consunti...

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8. Lungo il fiume

Qualche volta mi capita di passeggiare lungo il Tevere, ai piedi di Castel Sant’Angelo. Tra i rami cadenti dei platani si nascondono i piccoli stand dei bouquinistes: prima a vendere libri, stampe, cartoline c’erano i russi, ora i venditori sono degli immigrati, per lo più indiani. Mi sorprende sempre di trovare nella congerie spesso ordinata, ma altrettanto spesso confusa e polverosa, piccole gemme letterarie, appartenute chissà a... chi?
Una libreria che si “vuota” perché il proprietario non c’è più è un’immagine di grande tristezza, ma anche di grande curiosità... La cognizione è un tracciato, dentro una rete impensabile nei suoi rigiri. E io ho le mie due case ricolme di libri...
Ma a questo punto dovrei fare una svolta, tuffarmi negli oggetti astratti, nelle opere del pensiero formale...



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pmusarra