Circolo Bateson
Gruppo di lettura 2013-2014

I "miei" oggetti - Prima parte

di
Rosanna Angelelli
spazzolini




Roma, febbraio 2014

Rosanna Angelelli fa parte del Circolo Bateson e segue sempre MeDea con attenzione e grande sensibilità. Questa volta non ha resistito alle "provocazioni" sugli oggetti, a partire da "Bateson, gli oggetti e noi", fino a "Oro, lana, ferro... e spleen". Ma è soprattutto Gloria Massucci ad averla ispirata...

P.M.


Tempo fa su “MeDea” lessi una bella riflessione di Gloria Massucci. Rispondendo a Paola, ci proponeva “L’oggetto è mobile”, che si concludeva in una serie di domande al lettore. A mia volta entro nel dialogo scegliendo per il momento gli oggetti caratterizzati nella loro “materialità” di cose, “come manufatti, come accumulatori di storia, rivelatori di frammenti di vita personale e famigliare” per usare la bella definizione di Gloria.

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1. Lo spazzolino da denti

La nostra relazione con gli oggetti, anche con quelli d’uso scontato (per es. lo spazzolino da denti) può variare vistosamente creando effetti di tempo e di spazio diversi da quelli della loro collocazione funzionale abituale o codificata.
Con le nostre azioni ci spostiamo continuamente all’esterno trasferendo sulle cose quegli stati di coscienza e di volontà che nel nostro interno brulicano in un intreccio continuo di emozioni, aspettative e intenti.

Naturalmente gli oggetti, specie quelli da noi “costruiti” per il nostro contesto di vita, ne fanno per così dire le spese: lavarsi i denti prima di un appuntamento amoroso non è lo stesso che farlo quotidianamente; dimenticare in viaggio lo spazzolino crea comunque un notevole disagio anche quando possiamo facilmente acquistarne uno nuovo; comprare uno spazzolino colorato e disegnato in un certo modo non giova solo ai buoni effetti dell’igiene orale; scambiare lo spazzolino con qualcuno può essere segno di imprudenza salutistica, ma anche di grande intimità...

Perfino sistemare lo spazzolino in un dato luogo (del bagno? del beauty case? della borsa?) può essere una scelta decisiva per gli esiti dei nostri potenziali stati d’animo. Per non parlare dei piccoli gesti che facciamo per lavarlo, saggiarlo, riporlo... dei sensi di colpa che insorgono se lo vediamo secco e inutilizzato...

a) Dalla parte dell’oggetto

Proprio perché l’oggetto materiale è in relazione tra un“io/noi” e “l’esterno” della sua esistenza nel mondo (la res extensa cartesiana?), esso ha una “vita” tutt’altro che tranquilla. E di questo, se ci pensiamo, tutti noi siamo quasi istintivamente consapevoli.
Quanto malessere/benessere/perplessità proviamo quando non troviamo un oggetto al solito posto, o siamo riusciti a spostarlo finalmente “altrove”, o lo individuiamo in un posto del tutto imprevedibile ai nostri sistemi di “controllo”?
L’oggetto è sempre lo stesso, ma noi rispetto a lui siamo del tutto cambiati fino a “leggerlo” con ostilità, con simpatia, con paura, con fatica.

Pensiamo anche a quanto siano intrecciati e contorti, ambigui i nostri sentimenti nei confronti di quella “macchina” di oggetti che è la nostra casa.

b) Un po’ di linguaggio

Oltre tutto i “confini” tra interno ed esterno possono essere fragili e confusi, tanto è vero che le lingue generano rafforzativi da una stessa radice per rappresentare la labile pluralità di varie situazioni spaziali (per esempio, in lat. in, locativo di stato e di moto “esterno/interno”; intus, prevalentemente “interno”; inter, di relazione, infra, di imbricazione, ecc.), oppure, per evidenziare lo stretto rapporto spazio temporale che c’è tra le cose, sempre in latino la coppia ante/post indica sia "prima/dopo" che "davanti/dietro".
Dunque è impossibile formalizzare un significato davvero “oggettivo” di un oggetto al di là della sua assegnata funzione meramente strumentale: la sua esistenza può diventare totalmente astratta.
Senza vederlo e toccarlo ecc. potrei benissimo dire che non c’è, o che non c’è più, che è poi anche il gioco “classico” con cui si può divertire ma anche destrutturare gravemente un bambino...

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2. La tazza

In cucina conservo una ciotola di coccio color biscotto; il bordo è decorato da una striscia celeste su cui corre una serpentina marrone (allusiva al movimento del mare?). La tazza apparteneva a mia nonna e quindi è passata in eredità a mia mamma. Oggi essa non mi serve solo per raccogliere gli avanzi di minestra (per esempio, non ci potrei bere il latte, perché quella ciotola è “diventata” troppo capace rispetto alla mia ormai modesta colazione), ma è un segnale forte del passato familiare: ogni volta che vi pongo mente ricostruisco i gesti misurati ed eleganti di mia nonna e mia mamma in cucina, quando vi versavano abilmente qualcosa, avanzi di zuppe o piccole porzioni di prezzemolo da sciacquare...

Chissà perché avevano scelto per questo proprio quella tazza? E chissà perché il costruttore di quella tazza aveva usato colori così insoliti in un’epoca in cui le tazze in genere erano bianche, tutt’al più profilate d’oro o decorate con qualche fiore delicato. A me poi piace ancora proprio per come è: decorata, con la sua serpentina sembra una tazza etrusca, sebbene priva di manici.

E da bambina seguendo attentamente la scia ondulata del disegno non mi sarei meravigliata se da un momento all’altro fossero saltati fuori dei delfini...

la tazza

La tazza è sopravvissuta a ben cinque traslochi familiari; infine, morta mia mamma l’ho portata nella mia casa di Falconara. Ma non so se con questo “salvataggio” ho contribuito a dare permanenza a un contesto sistemico...

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3. Un sistema degli oggetti?

Credere che un oggetto goda di una esistenza sistemica è utile ai fini della nostra organizzazione mentale e alla pratica di vita: lo sforzo di costruire una disposizione formale della realtà, sia pure a maglie le più larghe possibili e popolata di oggetti utili alla nostra sopravvivenza, garantisce contorni e prevede destini ben definiti da cause forti e effetti chiari. Ma alla fine questo “gioco”, soddisfacente nella sua concreta convenzionalità pratica, può diventare molto riduttivo rispetto alle birichine variazioni del “caso”. Per non pensare agli sgambetti estetici e al preordinato disordine artistico.

Quando osservo antichi reperti nelle bacheche di un museo archeologico, mi meraviglio sempre di come l’umanità abbia continuato ad abbellire forme che avevano raggiunto dimensioni e funzionalità del tutto soddisfacenti al loro uso. Perché l’uomo non si è fermato al semplice prototipo? Perché è andato avanti? Usando materiali nuovi, inventandosi graffiti, colori, segni, immagini con cui decorare, segnalare, distinguere?

Allora non esistevano né il capitalismo né le seduzioni pubblicitarie del consumo, anche se certamente si badava ai costi e al mercato delle merci, ma le “regole” erano più elastiche, meno codificate, almeno rispetto a quelle individuate e studiate nei moderni processi economici dal Positivismo in poi. C’era una voluta specificità artigiana, un gusto per cambiare i particolari, che veniva da qualcos’altro, da motivazioni estetiche, dal desiderio di rendere più complesse, ma anche più riconoscibili le cose. Ed è proprio da queste modifiche che gli uomini hanno preso a scandire il tempo e ad assegnare significati e destino a una data società.



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