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a) Le persone

Che dire delle persone?

Per Proust noi non siamo un tutto materialmente costituito, identico per tutti. Con una straordinaria intuizione che lo rende nostro contemporaneo, lo scrittore afferma (non traduco per non offendere le vostre capacità linguistiche): "notre personnalité sociale est une création de la pensée des autres." (Du côté de chez Swann - Combray, ediz. Flammarion, Paris 1987, p.113)

Anche il semplice incontro con una persona che conosciamo è in parte un atto intellettuale: noi riempiamo l'apparenza fisica dell'essere che vediamo davanti a noi di tutte le nozioni che abbiamo su di lui, e che ritroviamo ogni volta che lo rivediamo.

Secondo Richard Rorty (Contingency, Irony and Solidarity, Cambridge University Press 1989, passim), nella sua esigenza di autonomia Proust si è sottratto alla dominanza esercitata su di lui dalle figure del suo passato, ridescrivendole. In tal modo ha evitato anche le lusinghe della nostalgia sentimentale perché è riuscito a ricontestualizzare gli "affioramenti" della sua memoria, riconoscendone la contingenza: le figure autoritarie diventano solo creature del caso, del momento.

Si vedano ad esempio, nel saggio sulla lettura, le deliziose silhouettes dello zio (che mescolava le fragole e la panna "con l'esperienza di un colorista e l'arcana penetrazione di un goloso"), o della zia, che non ammetteva contraddizioni sul modo di preparare certi piatti, come la bistecca con le patate: "La bistecca con le patate! piatto ideale per un concorso, difficile proprio per la sua semplicità, sorta di Patetica della cucina."...(Sur la lecture, pp.5-6)

b) Le cose

A proposito dello straordinario sguardo di Proust che si posa sugli oggetti inanimati, vorrei proporvi due testimonianze citate da Mario Lavagetto (Stanza 43 - Un lapsus di Marcel Proust, Einaudi, Torino 1991, pag.47 e segg.).

La prima, del 1923, è di Reynaldo Hahn, il compositore intimo amico di Proust. Racconta che nei primi tempi della sua amicizia con lo scrittore furono entrambi invitati da un'amica che possedeva un castello in campagna. Mentre passeggiavano in giardino, ad un tratto, davanti ad un cespuglio di rose del Bengala, Marcel si fermò di botto e pregò l'amico di lasciarlo solo. Reynaldo Hahn fece tutto il giro del castello e lo ritrovò là, dove lo aveva lasciato, rapito e abbagliato, con la testa inclinata e il volto grave, come se ricevesse un messaggio che tentava di decifrare...

acquerello di Paola Rosati
acquerello di Paola Rosati


La seconda testimonianza è di Ramon Fernandez (A la gloire de... Proust, Nouvelle Revue Critique, Paris 1944, p.84). Una notte Proust andò a trovarlo all'improvviso. Era il 1918. Entrato nella casa, che non conosceva, cominciò a guardarsi intorno. I suoi occhi si incollavano letteralmente ai mobili, alle tende, ai soprammobili: guardava tutto come un medium che ricevesse messaggi invisibili dalle cose...

Proust trova assai ragionevole, très raisonnable, la credenza celtica secondo la quale in un animale, un vegetale, una cosa inanimata sono prigioniere le anime di coloro che abbiamo perduto, fino al momento in cui le riconosciamo. In quell'istante l'incantesimo si spezza ed esse sono libere, tornano a vivere con noi. (Du côté de chez Swann cit., , p.141)

Normalmente non percepiamo nessun messaggio dalle cose, perché l'Abitudine, questo ceppo che incatena il cane al suo vomito, ce lo impedisce, mantenendoci nell'ignoranza degli incantesimi (anche crudeli) della natura. Ascoltiamo Beckett: "La vita è abitudine. O piuttosto la vita è una successione di abitudini, come l'individuo è una successione di individui; e dal momento che il mondo è una proiezione della coscienza individuale (...) il patto può essere continuamente rinnovato, e la lettera di salvacondotto aggiornata. La creazione del mondo non ha luogo una volta per sempre, ma ha luogo ogni giorno. Abitudine viene così ad essere il termine generico per indicare gli innumerevoli trattati conclusi tra gli innumerevoli soggetti che compongono un individuo, e gli altrettanto innumerevoli oggetti con cui l'individuo è in relazione." (Proust, p.28)

I momenti di transizione tra un patto e l'altro sono pericolosi e fecondi: pericolosi perché l'Abitudine che ci protegge si sfalda, fecondi perché è in quei momenti che "viene restaurato il massimo valore del nostro essere." (idem, p.29) Ed è allora che sorge dal profondo la memoria involontaria, relegata in una prigione della quale l'Abitudine non possiede la chiave.

c) I luoghi

Le prime pagine del saggio Sulla lettura sono dedicate ai giorni dell'infanzia trascorsi in compagnia di un libro molto caro. Prima di iniziare la sua polemica con Ruskin Proust desidera infatti mettere fuori causa "le letture incantevoli dell'infanzia il cui ricordo deve restare per ognuno di noi una benedizione." (p.15)

In realtà quelle letture ci parlano non di libri ma di luoghi: sono l'unico calendario rimasto di giorni ormai perduti, trascorsi in vacanza "in sentieri fioriti e fuori mano" (p.16) favorevoli al raccoglimento e della solitudine.

Nella rievocazione delle vacanze trascorse nella casa della prozia a Illiers e della continua ricerca di un posto dove leggere tranquillamente, quello che Beckett (Proust, p.42) chiama l"animismo intellettualizzato" dello scrittore trova la sua realizzazione linguistica grazie ad un espediente stilistico seducente: i verbi, gli avverbi e gli aggettivi relativi alle cose sono quelli che normalmente si riferiscono ad esseri animati.

I piatti ornamentali appesi al muro della sala da pranzo sono "rispettosissimi della lettura", l'orologio a pendolo e il fuoco "parlano senza chiedere una risposta, le loro dolci parole vuote di senso non pretendono come le parole degli uomini, di sostituire un significato diverso a quello delle frasi che state leggendo."(p.4)

Questo procedimento raggiunge il suo apice nella descrizione della stanza al primo piano dove il giovane Marcel si ritirava (finalmente!) per dedicarsi alle sue letture pomeridiane.

Contraddicendo le teorie di William Morris, la stanza era "piena di cose che non potevano servire a nulla e che nascondevano pudicamente, tanto da renderne l'uso estremamente difficile, quelle che potevano servire a qualcosa. Ma ai miei occhi la bellezza della mia stanza veniva proprio da quegli oggetti che non vi si trovavano per essermi utili ma sembravano essere venuti perché lo desideravano." (pp.6-7)

La stanza è simile ad una cappella nella quale il piccolo Proust si sente al tempo stesso perduto e incantato: si moltiplicano le metafore che evocano oggetti e strumenti di culto: il letto è un santuario, sul cassettone c'è una tovaglia di pizzo come un addobbo d'altare, per non parlare della trinità del bicchiere dai disegni azzurri, della zuccheriera uguale e della caraffa, cibori consacrati che bisognava stare attenti a non profanare...

Ascoltiamo Beckett.
"L'equivalente retorico del reale proustiano è una lunga serie di metafore. E' uno stile che affatica, ma non affatica il cervello. (...) La fatica che si prova è una fatica del cuore, una fatica del sangue." (Proust, p.86)

Vorrei concludere questo mio contributo con la descrizione assai complessa, ricca di ossimori metaforici, di un altro "luogo" che irrompe inaspettatamente proprio alla fine del saggio (p.35). Proust sta parlando di alcune grandi opere, come la Divina Commedia o le opere di Shakespeare, che danno al lettore la sensazione di contemplare, inserita nel tempo attuale, una parte di passato.

E' la stessa impressione che si prova, continua Proust, mentre si passeggia pigramente a Venezia, sulla Piazzetta.
"Ci si vede davanti nelle sfumature quasi irreali di oggetti situati a pochi passi e a molti secoli di distanza, le due colonne di granito grigio e rosa che hanno sul capitello, l'una il leone di San Marco, l'altra san Teodoro che calpesta il coccodrillo; quelle due belle, snelle straniere giunsero un giorno dall'Oriente sul mare che si frange ai loro piedi; senza comprendere le parole che vengono scambiate attorno a loro, continuano a far indugiare le giornate del XII secolo tra la folla di oggi, su quella piazza pubblica dove ancora brilla distrattamente, vicinissimo, il loro sorriso lontano."

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