Circolo Bateson
Gruppo di lettura 2013

L'oggetto è mobile

di
Gloria Massucci
gli oggetti


Roma, marzo 2013

Gloria Massucci è nata a Guardiagrele, un piccolo comune ricco di antichi monumenti situato sulle pendici orientali della Maiella.
Laureata in filosofia, Gloria insegna Lettere nelle Scuole Statali. Partecipa attivamente agli incontri del Circolo Bateson approfondendo il lavoro sui testi con letture personali.
P.M.


Quella volta che al Circolo Bateson cominciammo a parlare in tutta libertà di memoria degli oggetti e di oggetti della memoria, sorse in noi il desiderio di dedicare un pomeriggio ad una conversazione sul tema “Bateson e gli oggetti”.
Paola Musarra aveva lanciato il sasso nello stagno riferendoci di un singolare episodio della vita di Bateson, in cui i protagonisti erano stati per l’appunto gli oggetti di famiglia (cfr. P. Musarra "Diamo i numeri con Bateson", numeri SETTE e DODICI). Nacque subito in noi il desiderio di seguire quella pista, di incamminarci sulla ‘via degli oggetti’, per individuarne le svariate implicazioni. Certamente non intendevamo inseguire la Ding an sich kantiana, né l’oggetto in sé, estremo, imperscrutabile limite del nostro orizzonte gnoseologico. Quello che ci affascinava e che ci attraeva era proprio l’idea di avventurarci in un labirinto popolato da oggetti intesi come cose, come manufatti, come accumulatori di storia, rivelatori di frammenti di vita personale e famigliare.

Paola ha cominciato scrivendo per MeDea "Bateson, gli oggetti e noi". Io invece...

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Per iniziare il mio viaggio mi è bastato ricollegare ed infilare come perle lungo il filo di una collana pagine magistrali scritte da filosofi, poeti o critici letterari sul fascino e sulla dignità intrinseca dell’oggetto.

Pietro Citati, per esempio, in un memorabile articolo apparso sulla Repubblica del giugno 1991, intitolato “Tutti gli oggetti del mondo”, delinea un’epopea degli oggetti dall’Ottocento fino ai giorni nostri. La storia del nostro rapporto con gli oggetti , afferma Citati, si può dividere in tre fasi: in una prima fase, durata dall’Ottocento fino al secondo dopoguerra, gli oggetti hanno invaso le case borghesi, saturandone ambienti, pareti, colmando cassetti ed occupando gli angoli più reconditi: ogni oggetto era un ‘deposito d’anima’, una sacra testimonianza della vita della famiglia, degli affetti, “gli ambienti quotidiani grondavano sentimenti come stracci bagnati”, era il trionfo dell’homo faber che amava circondarsi dei segni tangibili della prosperità, dell’opulenza operosamente costruita.

Nel secondo dopoguerra, cessate le immani catastrofi del XX secolo, circolava ovunque un desiderio di leggerezza e di modernità. Il boom economico offriva agli occhi dei consumatori un carosello di cose nuove da acquistare, che facevano occhiolino nei Grandi Magazzini.
Cominciò la grande festa dei consumi e la sete di modernismo fece volar via le vecchie poltrone, i quadri, gli orpelli che furono dati alle fiamme o affidati ai robivecchi… L’homo novus desiderava liberarsi della vischiosità del passato.

Nell’ultima fase, quella postmoderna, la festa dei consumi è finita. Il consumatore non prova più gioia negli acquisti, gli oggetti sono diventati vuoti, anonimi, privi di qualsiasi interesse.
L’uomo è profondamente annoiato, è un essere desiderante, è stremato dai suoi stessi desideri che, lungi dall’appagarlo, mettono in moto altri desideri, in un processo all’infinito. Nell’uomo desiderante “l’abitudine di sprecare è divenuta un vizio della mente”: egli è pieno di vuoto, somiglia ad un uccello impagliato, paralizzato dai suoi bisogni, ormai entrati in corto circuito.

Quale la possibile via d’uscita?

Più di venti anni fa Citati indicava una soluzione valida ancora oggi. Stanchi e nauseati dall’orgia del consumismo, “ci siamo ritirati a passi lievi dal mondo” e questa distanza sarà per noi un’occasione preziosa per riconciliarci con le cose: gli oggetti, anche i più umili, i più semplici, ci daranno una grande lezione di umiltà. Riusciremo così a scorgere il valore simbolico delle cose, riusciremo a decifrare i fascinosi segnali che il mondo ci invierà, “cammineremo tra le affinità, le identità, i simboli, gli echi, immersi nella grande rete delle corrispondenze”.

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Riguardo all’importanza degli oggetti come costruttori di memoria e di identità, vorrei suggerire la lettura del testo di Remo Bodei ‘La vita delle cose’, o del bellissimo saggio di Sergio Boria Il ricordo inventato che noi siamo (vedi su MeDea la recensione di P. Musarra).

Molto importante, nell’ottica dell’oggetto-bene culturale è la Lectio Magistralis di Andrea Carandini, tenuta a Firenze nel 2012 e intitolata ‘Cosa è la cultura umanistica o i presenti trascorsi che perdurano’. Per non parlare degli echi di Proust o di Leopardi...
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Per concludere, vorrei solo suggerire alcuni spunti da analizzare e discutere:
  • la nostra relazione con gli oggetti è statica o va definita in termini processuali?
  • gli oggetti raccontano la nostra storia in modo connotativo, dando vita ad un contesto sistemico?
  • l’oggetto anima il ricordo, il ricordo dà vita all’oggetto, allora il ricordo di un oggetto è una metacognizione?
  • in quale misura gli oggetti così intesi ci aiutano a superare il dualismo cartesiano?
  • quale rapporto possiamo stabilire tra oggetti, ricordi e metafore?
  • una corretta relazione con gli oggetti costruisce e consolida la nostra identità, ci aiuta a costruire un orizzonte di senso ed una cornice epistemologica di riferimento (cfr. S. Boria). Potrebbe favorire anche la nostra stabilità relazionale ed emotiva, nella direzione di un’ “etica cibernetica” ?
E per batesoniani doc:
  • la relazione mentale, emotiva, estetica che stabiliamo con l’oggetto innesca processi conoscitivi ricorsivi e dà luogo a progressive generalizzazioni. Possiamo dire che essa favorisce anche un deutero-apprendimento?
  • In questa ottica, se gli oggetti sono mediatori dei nostri processi conoscitivi e mentali, possono essere collocati sul versante dell’interfaccia tra Creatura e Pleroma?
  • In quale misura gli oggetti intesi come portatori di senso costruiscono la ‘struttura che connette’?
gli oggettini

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