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"Fare cultura" a Roma: Bateson e dintorni

sfera armillare

Roma, aprile 2005

Li/le potete incontrare con il naso per aria mentre controllano la fioritura dei pruni in Via Chiabrera, delle magnolie in Piazza Manfredo Fanti o in qualche giardinetto sperduto, che prima non conoscevano (ma che da ora in poi, grazie a solerti messaggi, sorveglieranno).

Oppure, dopo una conferenza sull'evoluzionismo nella nuova Casa del Cinema, in una Villa Borghese già quasi completamente immersa nelle ombre della sera, ne trovate una che rievoca con nostalgia i divieti materni davanti all'ancora intatto Cinema dei Piccoli ("Non ci puoi andare, ti prendi il morbillo e la tosse convulsa, con tutti quei bambini stipati in un ambiente chiuso!" - naturalmente i morbilli e le scarlattine arrivavano lo stesso, per altre vie...), e un altro che ficca intrepido la mano nelle spaccature dei vecchi tronchi, cercando i coleotteri della sua infanzia, mentre un altro ancora ritrova fra gli alti pini la gioia del primo incontro con la grande città nei suoi anni giovanili...

... ai Lincei...

Ma eccoli/e seduti/e compostamente all'Accademia dei Lincei, mentre prendono appunti e si scambiano gomitate complici ascoltando ardue conferenze sulla neurobiologia della coscienza, che aprono improvvisi scenari di comprensione nei malcapitati e nelle malcapitate del "gruppo di lettura" che si cimentano ogni quindici giorni in Trastevere con le rocciose pagine di Hanna Arendt, La vita della mente.

E che dire degli incontri organizzati insieme al circolo Stephen J. Gould dentro una grande scuola vicino alla Basilica di San Paolo, fervida di attività come un alveare, o dei seminari e convegni organizzati con Legambiente, nella suggestiva sede di Villa Ada, che consente negli intervalli di perdersi nel verde o di sedersi sulle panche sotto gli alberi per bere e mangiare cose buone?

Ma soprattutto ci sono gli innumerevoli scambi con persone che comunicano in una dimensione assolutamente "conviviale" e non accademica (anche se a volte si tratta di accademici, come il nostro octopus, Pino Longo - e anche se a volte è l'università, la Sapienza o RomaTre, a ospitare alcuni convegni). Sono persone che rinunciano ad usare la loro cultura come un'arma, per metterla invece a disposizione di chiunque sia disposto a condividerla.

Di chi sto parlando?

Sto parlando del Circolo Bateson, fondato a Roma nel 1990, e delle sue molteplici iniziative (gli "eventi" di MeDea ne danno sempre notizia).

Gregory Bateson

E' una struttura aperta, assolutamente non costrittiva. Come una sfera armillare, è fatta di orbite concentriche che si intrecciano, si incontrano, si allontanano per poi ritrovarsi.

Ne fanno parte soprattutto docenti delle Scuole statali, gente che ogni giorno ha a che fare con regolamenti e consigli e voti e registri e colleghi e ministero ecc., e che arriva con i capelli dritti e con occhi di fuoco alle riunioni batesoniane, per cercare ristoro e refrigerio alla mente ingombra di burocratismi e tentate mercificazioni del sapere. E' gente che insegna per passione (succede...); c'è anche chi è già in pensione ma ancora si lascia coinvolgere nell'avventura pedagogica (come faccio io quando vado nella scuola di Diego...).

Ma ci sono anche giovani ricercatori e ricercatrici, studiosi e studiose dei più diversi campi disciplinari.

Alla base c'è il desiderio di confrontarsi sul pensiero di Gregory Bateson, ma soprattutto di confrontarsi con le diverse esperienze personali, il diverso retroterra culturale di chi partecipa agli incontri.

Il Circolo Bateson fa cultura. Mi piace, l'espressione "fare cultura".
"Fare"= "produrre un effetto col lavoro delle mani, dell'ingegno, e usando di forza, capacità e mezzi particolari; cagionare, produrre".
Così il dizionario etimologico. Il latino facio (sscr. dadhati) si ricollega al greco títhemi="porre, collocare, mettere, stabilire... suscitare". In sostanza, grazie a questa catena di significati, l'espressione "fare cultura" per me evoca una concretezza, un operare con il corpo per porre solide basi, e al tempo stesso suscitare, stimolare reazioni.

Io mi sono accostata al Circolo soprattutto dopo il bellissimo convegno del maggio 2004 a RomaTre organizzato in collaborazione con il CIDI (un attivissimo centro di iniziativa democratica degli insegnanti) per il centenario della nascita di Bateson. Da allora mi sono persa nel labirinto delle iniziative culturali e... ho perso la chiave.

Mi affascina l'attenzione e l'amore per Roma (ci sono itinerari segreti che fanno scoprire antiche radure e delicate pasticcerie, giardini nascosti e leccornie dei monasteri: "Portatevi un cucchiaino, non resisterete alla tentazione di assaggiare la marmellata che avrete comprato!"), mi affascina soprattutto l'incontro con alcune persone, con alcuni libri...

Ve ne segnalerò tre, per darvi un'idea.

  1. Marcello Sala, Il volo di Perseo - Bambini e adulti verso un'ecologia dell'educazione scientifica, Quaderni di Cooperazione Educativa, edizioni junior Azzano S.Paolo (BG) 2004.

    ... cavolfiore frattale...

    E' una ricerca (condotta da Marcello Sala, insegnante di scienze e formatore, sulla base di attività di laboratorio) sul pensiero complesso dei bambini, i quali costruiscono collettivamente le loro conoscenze situate, procedendo per tentativi ed errori e "per storie", attraverso un processo di auto-organizzazione.

    Esperienze di laboratorio simili vengono proposte agli insegnanti, poi confrontate: e' inevitabile una rimessa in discussione di ciò che vuol dire insegnare, di ciò che vuol dire educare. Una co-elaborazione situata sembra essere l'orizzonte verso il quale far convergere gli sforzi e le lotte comuni:
    "Abbandonare la ricerca di una qualità nell'educare è un suicidio culturale e sociale, ma è altrettanto pericoloso giocare le proprie speranze sulla costruzione di una relazione educativa e di una cultura senza tenere conto delle condizioni in cui si opera. Si rischia di attribuire gli eventuali fallimenti alla propria incapacità di educatori oppure (ed è molto più facile) alla irriducibilità dei bambini alla (buona) educazione.
    Perché i processi di sviluppo avvengano è necessario "proteggerli", curare le condizioni; e se questo è vero nella relazione con i bambini, è vero anche nella relazione che il sistema educativo ha con l'ambiente più vasto in cui è collocato.
    Forse questo libro l'ho scritto per sostenere che è possibile fare esperienze importanti e gratificanti dal punto di vista educativo, ma che occorre essere disponibili a impiegare una parte delle energie per costruire le condizioni dentro la scuola (a volte anche contro di essa, se necessario). E se si può essere abili da soli, non si può essere "potenti" che cooperando."
    (op.cit. pp.43-44)

  2. Lidia Decandia, Anime di luoghi, Franco Angeli, Milano 2004.

    Lidia Decandia è professore associato alla Facoltà di Architettura dell'Università di Sassari, dove insegna Pianificazione territoriale e Storia della città e del territorio.

    Prendendo le distanze da un sapere disciplinare astratto e violento, che cala dall'alto sul territorio e lo considera come "una sorta di cadavere da sottoporre a rigorose autopsie" (op.cit. p.18), Lidia si accosta ad alcuni luoghi densi e sacri (santuari in Sardegna, il Gange, la natura in Calabria) con lo sguardo delicato e intimo di una donna che "sa ascoltare e avere riguardo per ciò che i luoghi raccontano del proprio passato, esplorare il reale per cogliere i segnali che preparano il nuovo, ma anche e soprattutto lavorare pazientemente per far emergere l'inaudito ed il possibile." (ivi, p.25)

    Il concetto stesso di progetto va quindi ripensato (e così pure il linguaggio che lo descrive):
    "Ho cominciato a credere che esso potesse essere pensato (...) come un lavoro umile fatto di esplorazioni e di scoperte di energie fini e molecolari" (ibidem), un lavoro capace di risvegliare passioni ed energie in chi non è più un oggetto inerte ma sa partecipare attivamente alla costruzione del proprio futuro. Quante affinità con il lavoro che cerchiamo di fare su MeDea...

  3. Rosalba Conserva, Casa Bàrnaba, Manni, San Cesario di Lecce 2004.

    Al centro del Circolo Bateson, che vi ho descritto come una sfera armillare dalle molteplici orbite, c'è un motore tutt'altro che immobile: Rosalba Conserva.

    Rosalba - foto: Paola Musarra

    Insegnante di Lettere, instancabile organizzatrice di innumerevoli iniziative culturali, sa portare finezza e ironia negli incontri, e leggerezza nei suoi puntuali commenti, che aprono sempre nuovi sguardi, nuove prospettive.

    Sorprendendo chi la conosce soprattutto come esegeta di Bateson, Rosalba ha pubblicato un romanzo che da anni dormiva in un cassetto ed era noto solo ad una cerchia assai ristretta di amici.

    E' la storia di un piccolo paese della Puglia, colto sulla soglia di un mondo nuovo, negli anni Cinquanta, sospeso tra cultura contadina e trasformazione "tecnologica": una famiglia, tante famiglie, una casa, tante case, una folla di personaggi.
    E' anche un romanzo di formazione, poiché prende a testimoni i bambini, che attraversano quegli anni cruciali.

    Rosalba sa parlare dei bambini, perché li sa osservare. Ecco come descrive la prima "camminata sicura" dei bambini piccoli, che superano la Prova della Pentola:
    "'Affèrrala bene, una mano qua e l'altra qua. Bravo. E adesso vai a portare la pentola alla nonna.' Preso dalla gioia di avere tra le mani una pentola vera, il bambino cadeva nell'inganno: si dimenticava che non sapeva camminare e si metteva a camminare svelto svelto." (op.cit. p.51)

    Tra i bambini del romanzo ce n'è uno, descritto con infinita grazia, che mi è particolarmente caro: il bambino di Franzina.

    il bambino - foto di P.Caldarola e C.Galluzzi

    Solo così viene chiamato infatti - e non altrimenti - questo piccolo personaggio che attraversa tutto il romanzo come un folletto. Appare e scompare, questo bambino, ogni volta colto in una istantanea che ci consegna una sua personalissima e coinvolgente attività.

    Appare per la prima volta seduto sulla canna di una bicicletta, "capace di tenersi forte al manubrio per tutto un chilometro e di stare buono buono per tutta la giornata". (p.30) Con una papera di celluloide in mano, se ne sta seduto su una sediolina in Casa Bàrnaba, finché scende la sera e viene riconsegnato alla madre. Ma c'è sempre qualcuno che bada a lui, che "lo gioca", che gli fa il solletico sulla pancia, che lo mette sul tavolo, che gli annoda i lacci penzolanti del berretto, che lo sposta o lo trasporta con naturalezza insieme agli oggetti, che gli asciuga le lacrime, che gli toglie di bocca un chicco d'uva prima che soffochi...

    Il bambino di Franzina marca il confine di un'epoca: fu l'ultimo a fare le cose giuste quando ebbe l'età giusta, avvalendosi dell'esperienza dei grandi. I bambini nati dopo di lui ebbero poco o niente da raccontare.

    Cresce, il bambino di Franzina: lo ritroviamo con una linea di febbre - febbre di crescita - steso su un canapè "con la pezza bagnata sulla fronte e un berretto di carta di giornale stretto nella mano." (p.97) Sulla canna della bicicletta non ci va più, va a cavalcioni sul sellino posteriore. Ma in realtà è ancora piccolino, visto che sul divano gli hanno messo un cuscino di traverso per non farlo cadere. Ogni tanto c'è chi gli va a cambiare la pezza bagnata, mentre lui dorme stringendo il berretto di carta, una bustina da muratore venuta troppo grande, un po' buffa...

    Uh uh: a pagina 109 il figlio di Franzina taglia a pezzetti le bucce di cocomero per le galline con il coltello affilato! Attento! E che dire della terribile avventura sul carrettino sbilenco giù per la discesa ripida insieme agli altri bambini? (Era arrivato correndo senza una scarpa, gliela avevano rimessa e lo avevano caricato sul carretto volante...)

    Con le scarpe, c'è sempre qualche problema: qualcuno gliele allaccia o ne recupera una schizzata via in un fossatello.

    Ma ormai è capace di iniziative autonome: fa marameo ai cani alla catena da una distanza di sicurezza, oppure, sdraiato sotto il letto di una ricca ragazza, si diverte ad allacciare insieme con i fermagli tutte le eleganti scarpine che riesce a trovare per farne un trenino. Oppure stacca le ali a una farfalla morta e se la nasconde in tasca.

    Mi piace particolarmente poi quando gli altri bambini più grandi fanno a botte e lui "fa le rincorse e si butta nel mucchio a braccia aperte e a corpo morto" (p.150) oppure dall'esterno spara calci per entrare nella mischia!

    Il tempo passa, il bambino mangia come un selvaggio, la papera di celluloide si nasconde in chiesa durante un funerale provocando intense ricerche, ma ormai è vecchia, "ha il sedere bucato e ogni tanto affonda" (p.183) quando il bambino la mette a galleggiare in un catino.

    Così si dipana la scansione temporale del romanzo: il piccolo diventa una guida, come quando sul muro si segna la statura dei bambini con la data vicino. Instancabile, pesta con le mani le formiche sul cemento, si stende lungo sul catalogo dei prezzi nel negozio di stoffe.

    E viene il tempo dell'asilo, qualcuno ricama il grembiule, per il colletto fatto al tombolo ci vuole il filo écru. Il bambino viaggia in piedi sul sellino posteriore della bicicletta...

    Cose pericolose, vietate e oscure incombono: a un funerale, avvolto in un mantello troppo grande per lui, il bambino di Franzina impara l'ipocrisia dei grandi e si finge umile.

    Muoiono i pastori con tutte le pecore ai passaggi a livello che non segnalano l'arrivo del treno. Le case sono rimesse a nuovo, si mette cemento nelle crepe. Il figlio di Franzina è ormai un ragazzo sveglio, svelto di gambe.


    Casa Bàrnaba

    Il romanzo si conclude.

    I bambini hanno imparato ormai "la loro personale geografia, le disubbidienze, le bugie necessarie, le mille e mille facce della paura, a vivere insomma." (p.262)

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