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Connessioni

Nera ai giardinetti

di
Paola Musarra

Roma, aprile 2016
Arriva camminando nervosa sulle lunghe gambe. E' nera (Somalia? Eritrea?), ha i capelli raccolti in alto.

Spinge una carrozzina pieghevole con dentro un bambino, nero anche lui. Sceglie una panchina e subito tira fuori un telefonino di ultima generazione.

Il bambino si contorce come un verme per scendere dalla carrozzina. Finalmente lei si accorge di queste manovre e lo libera (si fa per dire), continuando a telefonare.

Il bambino è in quell'età in cui per camminare si deve raggiungere un difficile equilibrio tra il peso della testa e quello del pancino (i piedi fanno quello che possono). L'andatura irregolare alterna quindi brevi corsette e brusche fermate, caratterizzate da rischiosi ondeggiamenti.

Sulla panchina di fronte una giovane coppia sorride al piccolo, che subito parte a razzo per raggiungerli, rivelando una natura socievole e avventurosa, ma la Nera con due falcate lo raggiunge e se lo sistema accanto, ben incastrato fra le sue gambe, la panchina e la carrozzina.

Nel frattempo la coppia lascia il giardino. Disorientato, il piccolo "dà le botte" alla carrozzina di tela, che non reagisce, allora si lascia scivolare a terra sulla ghiaia e prende in mano un sassolino. Subito la madre smette di telefonare, lo tira su bruscamente, estrae dalla tasca un fazzoletto di carta e gli pulisce freneticamente le manine. Poi lo mette seduto con forza accanto a sé sulla panchina, lo circonda con un braccio e si riattacca al telefono.

Passa un uomo con un bambino: pur sorvegliandolo, lo lascia libero di correre da tutte le parti, di esplorare i vialetti e il praticello ben rasato... La tentazione è troppo grande per il nostro piccolino, che approfitta di un momento di distrazione della madre (sta salutando un'amica di passaggio) per scendere contorcendosi dalla panchina e inseguire quello che, appena più grande di lui, promette di essere uno stimolante compagno di giochi.

Questa volta la Nera deve correre per riacchiappare il monello: lo afferra, se lo carica come un pacco sotto il braccio, raggiunge la base e si riattacca al suo personale cordone ombelicale: il cellulare. Il piccolino se ne sta lì in braccio alla mamma, che, pur telefonando, riesce anche a pulirgli il nasino con un altro fazzoletto di carta...

Assisto impotente alla scena, immaginando le funeste conseguenze di questa relazione viscerale madre/figlio...

Poi però - finalmente - la donna smette di telefonare, stringe il bambino al petto e... lo ricopre di baci.

E allora...

>>>IIIOOOIII<<<

Improvvisamente è come se cominciassero a volteggiare e ad assillarmi come uno sciame d'api impazzite le confuse immagini che la cronaca ci ha costretto ad assorbire in questi mesi... alcune le ho conservate.

... le confuse immagini...

C'è il piccolo con la faccina nella sabbia, c'è il sangue dei bambini al parco giochi... c'è il biglietto del cinema Quattro Fontane di Roma, dove ho visto il film di Gianfranco Rosi "Fuocoammare", sugli sbarchi dei migranti a Lampedusa...

Uno dei protagonisti, solidamente ancorato nella struttura narrativa del film, interpreta se stesso: è il dottor Pietro Bartolo, medico dell'isola. E' lui che con delicatezza e profonda umanità visita i vivi e i morti che arrivano dal mare. Io lo vorrei come medico e come amico.

Mi viene in mente la scena in cui il dottor Bartolo fa un'ecografia a una donna incinta appena sbarcata dopo numerosi trasbordi: lui si rallegra e quasi si congratula per la vita che resiste, resiste tenacemente...

E allora io ho capito che una donna che ha rischiato di perdere il proprio bambino oggi se lo vuole tenere stretto stretto, al di là di ogni ragionevolezza.

Così, sulla Nera del giardinetto ho cambiato idea: si sono create nuove connessioni, forse si è risvegliato qualche neurone, sono nate nuove sinapsi.



... il suo bambino...


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mise en page: 
pmusarra 

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