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In filigrana

intervista a
Milena Vukotic
di
Paola Musarra


      

Sto andando a intervistare Milena Vukotic. Vorrei portarle dei fiori. Scarto subito dei bellissimi tulipani gialli e rossi perché hanno forme e colori troppo definiti e compatti. Vorrei quelle belle rose antiche color carta ingiallita con la testa pesante - che naturalmente non ci sono. Opto per un ramo di pesco, che emana un lieve odore di miele.

Mi apre la porta, mi fa entrare in una bella stanza luminosa, e subito vedo che i rami di pesco le piacciono, ne ha messi alcuni in un vaso trasparente. Bene.

un ramo di fiori di pesco

Torna rapida dopo aver sistemato i fiori, ci sediamo, mi guarda con i bellissimi occhi e scopro che c'è un velo sottile di... diffidenza? Perplessità? Parole troppo pesanti per una sensazione impalpabile di distanza.

Le parlo di me (ma chi delle due è l'intervistata?), le dico quanto l'immagine della "maestrina" mi sia rimasta impressa, forse perché anch'io ho insegnato per tanti anni: quella maestrina così precisa e meticolosa, che fa il dettato al suo piccolo branco di scolaretti testoni e ad un tratto vede che ce n'è uno, uno fuori del branco, che non segue il suo ritmo, le sue istruzioni.

Un attimo di sospensione, poi la rigidezza si scioglie, la maestra si avvicina al bambino "si accorge" di lui, del suo problema.

Ecco, tutto qui. Quanto durerà tutta la scena? Un paio di minuti? Eppure i gesti e la voce del personaggio creano altre immagini e sensazioni concentriche, come cerchi sonori: "La letterina..." dice, e quello scivolare inimitabile della "r" evoca tutto un piccolo mondo garbato e ben organizzato, vediamo quasi l'interno della sua casa, i suoi cassetti ordinati e profumati...

"Io ho vissuto così questa scena, da spettatrice, e lei, da attrice, come l'ha vissuta?"

Sembra quasi sorpresa, è schiva, parla della sua interpretazione come di un "intervento modesto", di una "piccola cosa". Certo, l'ha girata con grandissimo impegno, come fa sempre, ma... "Mi sorprende che sia stata recepita così..."

Sento che debbo insistere. E mentre io le parlo delle mie origini napoletane per parte di madre, del mio mestiere di insegnante, del senso del mio lavoro per MeDea, vedo che pian piano si rilassa.

E mi dice che sì, certo ne aveva parlato con Giuseppe, per il quale ha una profonda stima, di questa scena, ma soprattutto ci aveva pensato molto, a questa maestrina, "che magari ha vissuto sempre in questo piccolo mondo... sicuramente senza figli... piena di nostalgie per una vita che si è consumata così, senza..."

Ecco, adesso ha proprio la stessa espressione di quel primo piano che mi aveva affascinato, con un sogno perduto "lontano in fondo agli occhi" e un sorriso appena accennato, no, non è un sorriso, è una piccola amarezza segreta.

Arriva Giusi trafelata e concreta, piena di cose fatte e di cose da fare; ormai il ghiaccio è rotto, girano cioccolatini al liquore.

Il discorso si allarga al rapporto con il mezzo tecnico, con la macchina da presa, con i "tempi" del cinema.

"A me piace il cinema, dice Milena, mi affascina, mi attira proprio per il suo procedere frammentato, in sequenza. A teatro, in fondo, quando hai studiato bene il testo e hai armonizzato i tempi con gli altri attori della compagnia, la cosa in un certo senso fila via liscia, "va da sé". Ma il cinema... E' veramente un luogo comune pensare che il cinema sia più facile! A volte capita di girare per prima una delle ultime scene, o di dover interrompere per un certo tempo la stessa scena per riprenderla successivamente. E là - è una sfida - tu devi, in quell'istante, tenere insieme il personaggio, concentrarti, ed esprimere un piccolo universo...".

Mentre lei parla io giro lo sguardo sulle pareti, attraverso i rami di pesco vedo il ritratto di un uomo bellissimo (suo padre?) e uno sguardo di donna trasognata che assomiglia al suo.

E' tempo di andare.

Per strada mi inseguono armoniose corrispondenze: ripenso al modo di lavorare di Giuseppe, che nella prima intervista per MeDea aveva parlato di una sua scrittura "femminile" al computer, fatta di piccoli tratti sfumati, di trame appena accennate; ripenso al suo film, fatto di percezioni e sensazioni suggerite evocando più che raccontando; e ripenso al volto di Milena, sul quale incessantemente si scompone e ricompone con delicatezza l'oro sottile di una raffinatissima filigrana.



Giusi Saija




foto dal film
disegno e mise en page:
le cose che ho scritto per MeDea


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