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Tre donne
nelle pagine di Giuseppe O. Longo
Prima parte
La ragazza di Trieste

di 
Paola Musarra

 

 
Sabato 24 gennaio 2009, presso il CESV di Roma, il Circolo Bateson ( sempre lui), ha organizzato un incontro con Giuseppe O. Longo , che ha letto alcuni brani tratti dai suoi libri.
Enrico Castelli Gattinara ha finemente analizzato il suo recente volume
"Il senso e la narrazione" (Springer-Verlag Italia, Milano 2008), io invece ho scelto per MeDea tre donne nelle sue pagine. Le ho scelte non solo per le risonanze che hanno suscitato dentro di me, ma anche perché, a differenza delle altre figure femminili che popolano i libri di Longo (vogliose affittacamere in vestaglia, cameriere procaci, infermiere disponibili all'amore), si tratta di tre donne che, in modi diversi, sfuggono alla presa, si sottraggono.
Oggi vi presenterò la prima
.
P.M.
al CESV


Prima parte - La ragazza di Trieste

Nella raccolta Trieste: ritratto con figure (ed. Mobydick 2006) il racconto finale (ma è poi un racconto?) che dà il titolo al libro, "mette in scena" una giovane donna e la sua città. E' stato scritto nel maggio del 1990. Ecco la prima scena:

"mangiava in piedi assorta un po' di pane e carne la madre anche lei in piedi masticava la carne stopposa faticosa ai denti vecchi ogi vado al bagno mama prima vado in ospedal vado trovar Virginia compero mi la fruta mama sempre col pensiero in mente di quell'uomo dalle mani grandi occhi grigi baffi duri dita forti nodose grosse adesso basta si disse il telo il costume nero gli occhiali dove xe la borsa mama dalla finestra si vede una campagna lenta rade le case per il poggio andrebbero come in salita piccole dentro i loro giardini piccoli piccole le ombre gettate dai cespugli alberi bassi dentro quei giardini (p. 187)

In queste poche righe c'è già tutto: la vecchiaia faticosa della madre, il ricordo ossessivo di un uomo pesante (mani grandi, baffi duri, dita forti nodose grosse), l'insofferenza, la voglia di liberarsi vivendo la città (vado al mare, vado in ospedale, compro la frutta), quella città che si vede dall'alto, con le case rade in salita per il poggio.

... tre donne...

I libri bisognerebbe leggerli in compagnia: in compagnia di un luogo, di una musica, di una immagine, ma soprattutto in compagnia di altri testi, di altri autori, per suscitare consonanze e dissonanze.

Io vi suggerisco di leggere il racconto "Trieste: ritratto con figure" possibilmente in una città di mare e in compagnia di Umberto Saba e della sua raccolta "Trieste e una donna".

"Trieste ha una scontrosa/grazia", dice il poeta (nelle precedenti edizioni del Canzoniere: "Trieste ha una selvaggia/ grazia"). Ascoltiamolo.

"Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salito un'erta
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo

(...)
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa..." (da "Trieste").

Così Saba. Ed è questo lo scenario in cui si muove la ragazza descritta da Longo, in questa città, dice il poeta, "così aspra e maliosa,
dove in fondo a una bigia via è il celeste
mare"
(da Distacco)

Ma la fanciulla "è" la città: è lei, selvaggia e scontrosa, aspra e maliosa, inquieta nell'aria strana e tormentosa, è lei, lei che strizza nel costume nero "quel troppo di femminile oltraggioso che attrae solo per l'amore". Sempre assediata dal ricordo insidioso prende il telo da mare, la borsa, il borsellino, le chiavi, le parole crociate, la matita...
C'è tutto, anche l'angoscia.

Ed eccola, nel pomeriggio tardo, sulla riva del mare, sola. Si stende sull'asciugamano, si guarda le gambe, i piedi con le unghie laccate (rosso-rosso cupo), guarda senza vederlo un vecchio che si cambia il costume in pubblico senza pudore. C'è un cane che si accuccia lì nei pressi, ci sono gruppi di bagnanti che si allontanano verso Bàrcola, il mare ha portato a riva schegge di legno e detriti. Intanto scende la sera, la città si accende di una luce biancorosata, gli scogli diventano grigi e freddi.
E' tempo di andare.

Inizia il pellegrinaggio smanioso ed esitante della ragazza per le vie della città. Ci sono soldati in libera uscita e marinai dalle bianche divise, fosforescenti nella luce della sera. Vedendola indugiare un soldato tenta l'approccio, ma lei si sottrae, rimette gli occhiali da sole, offre solo il profilo. Lui non sa che lei non vuole, non può accettare contatti.

Eppure c'è un uomo, che sta attraversando la città con uno sguardo da uomo, evocando un'"altra" Trieste, completamente diversa.

Per un attimo le loro strade e i loro sguardi si incrociano. Un gruppo di marinai ha circondato la ragazza in un bianco cerchio fosforico, lei forse... lui forse... Ma la macchina si allontana.

Lei cammina più in fretta, i marinai la lasciano andare, attratti da alcune ragazze ridenti, forse più disponibili.

Dalla filovia che corre sulle strade già buie lei vede lo stadio, la Risiera dai muri corrosi, poi il familiare poggio con i lumi che dondolano a una bava di vento:

"entrò in casa son mi mama come iera il bagno sì bel te vol magnar no go fame vado dormir rivedeva i marinai fosforici sulle Rive luminose scie nel cielo d'estate s'affacciò alla finestra sulla campagna lenta le siepi i giardini le ciminiere silenziose contro la sera odori andavano nell'aria finirebbe anche l'estate tornerà la bora dai vasti altipiani soffiando inquiete tribolazioni follìe piccole grida grumi di ricordi sopra Trieste cesellata nel rigore dell'inverno" (p. 203)

...nel rigore dell'inverno...

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Paola Musarra


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