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Longo e "La camera d'ascolto"

di 
Paola Musarra

 

 
Martedì 17 ottobre 2006, presso la libreria Odradek di Roma, il Circolo Bateson (del quale vi ho già parlato), ha organizzato un incontro con Giuseppe O. Longo .
Enrico Castelli Gattinara ed io abbiamo presentato la sua più recente raccolta di racconti:
"La camera d'ascolto" (Mobydick 2006), Longo ha letto alcuni brani tratti dal suo libro.
Ciò che segue è la trascrizione della mia relazione
.
P.M.

rosa

E' strano
che ci sia voluta la tua morte
per farmi capire la mia vita,
almeno un po'

G.O.Longo, La camera d'ascolto p.153
Introduzione

Tempo fa - parecchio tempo fa, non ricordo esattamente quando - Pino Longo mi disse:"Un giorno forse troverò il coraggio di fare un libro su mia madre".
Ed eccolo qua, questo terribile libro. Adesso siamo noi a dover trovare il coraggio di leggerlo.

G.O.Longo, La camera d'ascolto (Mobydick 2006)

Sin dalla fine degli anni Ottanta Longo aveva cominciato a scriverne alcune parti, non so quanto inconsapevolmente.
Il primo dei dieci ... come vogliamo chiamarli? racconti? saggi? capitoli? monologhi? atti unici?, "Una semplificazione del dolore", è stato scritto nell'aprile del 1987 e pubblicato in "Nuove Lettere" (XI, n.12) solo nel 2000; il secondo "Rumpelzimmer", risale all'aprile del 1989 ed è stato pubblicato nell'aprile (è veramente il mese più crudele...) del 1996 nella raccolta Lezioni di lingua tedesca (Hefti, Milano).

Gli altri otto "racconti" (chiamiamoli così per semplificare), sono tutti inediti e vanno dal gennaio 1990 ("La legge di Ohm", che mette in scena un allucinato protagonista e sua madre nell'anticamera di un neurologo) fino all'agosto 2004, con il conclusivo "Gli Svizzeri in famiglia".

Ma insomma, che libro è questo, così composito eppure così unitario, tanto da essere stato definito "un romanzo in dieci quadri"?

"Stabat filius...

Provate ad immaginare una sconvolgente Via Crucis laica, che si avvolge con le sue spire attorno ad un evento - la morte della madre dell'Io narrante - rappresentata come una crocifissione invertita, con il figlio ("Stabat filius...") genuflesso ai piedi della croce di sofferenza "dum pendebat mater"...

L'agonia evoca gli strumenti della Passione, ne ripercorre le tappe:

"Su quel letto. Il sudario. Una sorta di deposizione. Ai piedi della croce. Lacrime di sangue. Le spine dell'incoronazione. La flagellazione." (p.155)

Ma non si intravede nessuna Resurrezione, nessuna Pace Eterna. Da una Stazione all'altra di questa Via Crucis si snoda una meditazione struggente e senza speranza sull'inesorabilità della vecchiaia - questo "alieno" che portiamo dentro di noi fin dalla nascita - , sulla decadenza del corpo, indagata minuziosamente in tutte le sue più nauseanti e al tempo stesso umanissime e patetiche manifestazioni, e vissuta come una progressiva irrimediabile crudele perdita di sé, come un "prosciugamento" di tutti gli umori vitali che giorno dopo giorno ci avvicina al teschio che sempre accompagna la Maddalena pentita: Vanitas...

G.Reni, la Maddalena, part.

Ho detto pentita? No. Nel libro non c'è traccia di pentimento: c'è ansia, agitazione, angoscia, sconforto, colpevolizzazione, irritazione, risentimento, astio, rabbia, livore, ci sono equivoci, incomprensioni, menzogne e tradimenti, tutto quel teatro di sentimenti che trova nutrimento costante... dove, se non nel seno profondo delle famiglie?

"Familles, je vous hais..."

Nel primo racconto, caleidoscopio spezzato di immagini, l'arco dell'infelicità si spinge dall'infanzia alla maturità, con inesorabile precisione.

"Nelle foto che mi faceva fare mia madre da piccolo io (...) sono infelicissimo, specie in quella dove ho il cappotto col bavero di pelliccia. E questa infelicità doveva pur venir fuori, prima o dopo, infatti viene fuori tutta, e un'estate a Grado mia moglie ed io cominciamo a chiederci che cosa ci sta succedendo e non riusciamo a capire come tutte queste cose si siano allineate e disposte in modo così rigoroso e crudele..." (p.13)

Le intricate relazioni familiari che avvolgono e coinvolgono il protagonista si svolgono tutte all'insegna e sotto la maschera del Perturbante: ognuno/a è/non è quello che sembra, dice/non dice quello che pensa, diventa ciò che non era... o forse sì, già lo era.

In questa inquietante dimensione si arriva a rimpiangere un funerale mai celebrato di una bambina mai esistita, una famigliola svizzera acquista connotati mafiosi sotto la luce sinistra di annosi risentimenti, perfino un diamante, prezioso pegno familiare, speranza di riscatto e libertà, ad un più attento esame si rivela impuro, scheggiato, giallastro, imperfetto. Imperfetto: questa è la parola.

Con l'anello al dito il protagonista si avvìa verso il fiume, ma prima di buttarsi nell'acqua a braccia aperte compie un gesto, uno di quei gesti terribili, apparentemente senza senso, che forse si fanno prima di uccidersi:

"estrasse la mano e passò e ripassò l'anello contro la pietra della spalletta, ma nel buio non riuscì a vedere i graffi che doveva pur lasciare (il diamante è duro più d'ogni altro minerale (e più dell'osso, più del femore, più della mano scarnificata e preparata dall'anatomista))..." (p.95)

... i graffi...

A chi non ricorre a così drastiche soluzioni non resta che proseguire il cammino verso la vecchiaia.

Vecchiaia
   1. Rottami

Quando cominciamo ad avviarci verso la vecchiaia tutta l'infelicità, tutte le menzogne e tutti i tradimenti che ci hanno colpito ritornano a galla, e non trovano soddisfazione.
Ma quando comincia la vecchiaia? O meglio, la consapevolezza della vecchiaia (tanti vecchi e tante vecchie inconsapevoli di esserlo vanno avanti benissimo...)? Forse per la prima volta questa consapevolezza affiora quando qualcosa si spezza irrimediabilmente.

"Si è rotto un centro antico che pareva saldissimo, tutto si è frantumato e galleggia nell'aria con una sonnolenza intrisa di spietata dolcezza. Cerco di ricostruire la vita intorno a qualcuno dei frammenti più grossi, mi lego ai rottami come un naufrago. Continuo a non trovare risposte. C'è solo questa lunga catena di persone fatte di carne e di sguardi, che continuano a muoversi a cercare a chiedere. E da un giorno all'altro, da un anno all'altro, tutto, tutto: da via Gualtieri a Trieste, da Ferrara a Parigi, a Pechino a San Francisco. Da un sorriso in una vecchia fotografia a mio padre in divisa con la sigaretta in bocca sulle sabbie della Libia a mio fratello grasso e calvo con tutti i suoi figli alla musica di Mahler... Così negli anni, nei giorni, tutto tutto." (p.13)

   2. Il corpo della madre

C'è un'altra tappa decisiva verso la propria vecchiaia: la morte dopo lunga malattia del genitore più amato.

Alle remote seduzioni edipiche (sensazioni tattili, suoni, profumi, immagini preziose) si sovrappongono violentemente le miserie e gli orrori della carne in disfacimento:

"L'involuzione del corpo,distillazioni, umori, odori. La deformazione del corpo, il madore, i minuzzoli della pelle macerata, la febbre. la putrefazione in vita." (p.155)

No, no - immagino quali associazioni stiate facendo - no: questi non sono racconti dell'orrore (anche se nulla ci è risparmiato), perché c'è un fervore continuo, un fuoco d'odio e d'amore che li anima e li riscatta, mantenendoli in una dimensione tutta terrestre ("mamma mamma") di umanissima rabbiosa pietas, ben lontana dalle algide volte gotiche.

Ma l'orrore c'è, e sta nell'insanabile ambiguità, nell'ossimoro inaccettabile insito in quella immagine bistabile che instancabilmente ripropone, accanto - anzi dentro - al volto devastato ormai ridotto a un teschio, l'altro volto attraente di un tempo ("bella come una regina"), così vivo nel ricordo.

Le due immagini sono ormai così indissolubilmente legate che l'una non va senza l'altra, coesistono: la bella ragazza che si era fatta fotografare con la divisa del fidanzato, la giovane mamma che aveva insegnato al figlio movimenti semplici e robusti ("batti batti le manine, filastrocche di mani e bocca" - p.163), e la vecchia contorta nel letto d'ospedale sono orrendamente avvinghiate, come in quell'atroce antico supplizio con il vivo legato al morto.

Da questa doppia immagine emanano silenti inespressi comandi contraddittori rivolti al figlio: vieni... fuggi....
E il figlio è imprigionato nel doppio legame: "Sentivo che mi succhiava la vita", "Volevi sprofondarmi nella fossa con te", "Come farò a liberarmi di te".
Deve scalare quella "immensa montagna" che è la morte della madre, la madre che lo ha generato creando un legame contraddittorio che non si può sciogliere. "Come posso odiarti", "Come posso amarti"...

"... Quello era il corpo in cui mi ero annidato ed ero cresciuto per mesi, alimentato da ondate successive di sangue (...) Il corpo di mia madre era stato giovane e sano ed elastico e turgido di umori e di desiderio, vivo insomma, era stato amato e fecondato." (pp.122-123)

... turgido...

Questo tema della fecondità, della capacità di generare, si estende a tutte (tranne una, vedremo poi quale) le figure femminili che popolano i racconti: sono viste come fattrici, di loro si esaltano il corpo sodo "colmo di visceri umidi e caldi, ben irrorati" (p.47), il petto turgido, i fianchi generosi, l'ampiezza materna del bacino, la femminilità piena e promettente, come quella dell'infermiera giovane e provocante che sembra con la sua presenza impedire e negare - splendente baluardo - "il passaggio dalla giovinezza alla vecchiaia" (p.52).

   3. Dita

Per concludere queste note vorrei soffermarmi su una figura di donna diversa, come ho detto, da tutte le altre immagini femminili finora evocate.

Questa donna è la Dita, l'amica analista che in Rumpelzimmer accoglie a Vienna il protagonista nel suo grande appartamento non lontano dalla casa di Freud, lo ascolta per lunghe ore, gli ripete continuamente che dovrebbe mettersi in analisi, gli prepara il caffè e lo "mette a dormire" in "una stanza dal soffitto basso, senza finestre, con un'unica porta "(p.19).

nell'utero

Oh no! Ancora una madre protettiva e ossessiva? Ancora un utero avvolgente? Non proprio...

Cominciamo dal nome, giochiamo con le etimologie.
Dita. Come non pensare alla città di Dite, Dis, Ditis, Plutone, Juppiter Stygius, Zeus catactonio, dio della notte per i Celti...

Ma dis, ditis vuol dire anche "ricco" e il verbo ditare vuol dire "arricchire"...
Dita dunque ditat, arricchisce l'amico. E come? Frugandolo con "dita" indiscrete, indicando con il digitus proprio ciò che lui non vuole vedere...

In una fredda giornata dal vento obliquo i due amici fanno una gita nei dintorni di Vienna, fino alle rive del Neusiedler See.

"... Passeggiando (...) lungo le rive del lago e quasi gridando nel vento per udirci l'un l'altro, abbiamo cominciato a rimestare un fondo di sentimenti e di fatti ai quali, proprio perché sono fatti, e quindi accaduti, non si può far niente se non dimenticarli o ricordarli, e invece mi sforzo sempre di modificarli ripercorrendoli a velocità diversa e corredandoli con ipotetici quanto inutili se o se invece.
Tutto ciò come inizio, perché poi dal fondo limaccioso della memoria escono anche altre cose che si credevano sepolte per sempre, ma ne escono così trasfigurate e faticose che non si lasciano dire. Perciò ero molto insoddisfatto per come stavo raccontando gli eventi e mi irritavo con la Dita, che mi faceva le domande e dalle mie risposte sbagliate capiva cose che comunque non volevo dire, e soprattutto mi irritavo con me stesso che da quel gioco mi ero lasciato invischiare e non avevo il coraggio di uscirne con un adesso basta."
(p.20)

La Dita, quando si accorge che lui si sta "raccontando", lo incalza, lo interrompe, lo costringe a ricominciare il "racconto" da un punto diverso, snidando con apparentemente candide, semplici domande le lacune, la falsa coscienza, le contraddizioni, le coazioni a ripetere del suo interlocutore.

"Tu devi metterti in analisi!" Ma gliela sta già facendo, l'analisi, ascoltandolo mentre percorrono le strade di una Vienna notturna nota e ignota, o a casa, mentre il caffè cola lentamente dal misterioso simbolico alambicco della Dita, una macchinetta tedesca che funziona benissimo ma della quale lui "chissà perché" continua a diffidare.

Voi capite che con una donna così non si fa volentieri l'amore ("la prima volta che facemmo l'amore non mi piacque neppure tanto" - p.26), piuttosto - per masochismo - si parla, cercando con il suo aiuto di dare una certa linearità ad una catena di eventi che lineari non sono, ad una vita fatta di andirivieni tra passato e presente - andirivieni che generano paradossi logici e temporali.

Che cosa mette a nudo la Dita, con quel suo "piccolo sorriso che vorrebbe essere di indulgenza e invece sa un po' di trionfo" (p.34)? La verità scomoda affiora dai suoi discorsi irritanti soprattutto quando parla della vecchiaia: "e si riferisce sempre" dice con stizza il protagonista "alla mia vecchiaia e basta che io le dica che la sera prima ho avuto difficoltà ad addormentarmi che subito parla di insomnia senilis e cose di questo genere" (p.23).

La vecchiaia dunque, ma questa volta in prima persona. Troppo vecchio per fare l'amore tutta la notte, troppo vecchio per avere altri figli ("Adesso devi smettere di pensare ai figli che non hai" - p.33), troppo vecchio anche per un lungo sonno ristoratore che duri un'intera notte.

Ma forse non troppo vecchio per trasformare il cullante utero occlusivo che racchiude un feto cieco e inconsapevole, in un ventoso osservatorio trasparente nel quale e dal quale contemplarsi:

"... ecco che le pareti di questa oscura e soffocante Rumpelzimmer diventano lievi e trasparenti come grandi vetrate e tutt'intorno vedo ardere e lumeggiare la grande città di Vindobona (...) e intorno alla guglia di Santo Stefano gira come sempre un vento gelido, è uno dei luoghi ventosi del mondo, un crocicchio dove il vento nasce non si sa come, forse dalla terra, e viene amplificato dal Graben e dal Kohlmarkt e tutto rotea lentamente intorno a questi piccoli perni immobili e io mi sento oscillare e smarrire e sono qui e là, contemporaneamente, come se fossi infine sdoppiato e moltiplicato e alleggerito e perciò in pace con me stesso.
So che tra un po' mi addormenterò e prima che l'
insomnia senilis mi svegli per qualche ora, vedrò in sogno la solita processione, tutte quelle persone che parlano e vogliono e pretendono da me qualche cosa e mi affaticano (...).
Sognerò dunque, con cautela, con attenzione, cercando di non farmi troppo male. Domani racconterò i miei sogni alla Dita, parleremo di nuovo, a lungo.
Ma parlare tanto in fondo non serve, conta invece che i giorni passino, uno dopo l'altro, ciascuno portando via un po' di pena, fino a quando non resterà più niente."
(p.37)

rosa

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Paola Musarra


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