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"Se non c'era la guerra..."

Paradossi, speranze e timori
di
Paola Musarra





Roma, novembre 2001

Negli ultimi tempi la stampa ha attaccato con toni più o meno ironici, da destra e da sinistra, le "femministe" e le "pacifiste" per il loro atteggiamento nei confronti della guerra, accusandole di "disimpegno".

Questi interventi si traducono in un attacco generalizzato e subdolo contro le donne, la loro impotenza, il loro silenzio.

Cerchiamo di reagire.

"Se non c'era la guerra... tutto il lavoro che facciamo da sempre sarebbe rimasto invisibile!".

Questa affermazione paradossale di Maria Pia Garavaglia, rappresentante della Croce Rossa Italiana al convegno romano sul diritto di vivere delle donne afghane, esprime bene i sentimenti contraddittori di rabbia, commozione e furiosa ostinazione nell'impegno che hanno pervaso due incontri a Roma (il convegno sulle donne afghane e la presentazione del rapporto UNFPA sulla popolazione mondiale), nei quali avevano una parte preponderante le donne e la loro possibilità e volontà di vivere dignitosamente e di agire concretamente per la propria e l'altrui libertà.

Le mie impressioni personali oscillano fra timori e speranze.

Il mio timore è che l'azione delle donne resti frammentaria e divisa: utile e soccorrevole, certo, per le necessità immediate, ma a volte dispersiva e contraddittoria, impotente sul lungo periodo.

La mia speranza invece è che, proprio in virtù (e questo è il paradosso) di una maggiore "attenzione" ai problemi della sopravvivenza dovuta alla guerra, le donne riescano a collegarsi per elaborare una strategia "a tenaglia": dal basso, là dove sono più vicine alle cose e alle persone nella vita quotidiana, e dall'alto, ai livelli istituzionali, là dove è più difficile penetrare per condizionare le decisioni politiche e imporre scelte di vita.

Il rapporto dell'UNFPA

Donne afghane





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