Le vostre risposte

a cura di Paola Musarra



Macri Puricelli, laureata in estetica, giornalista... ma via, sapete già tutto di Macri! Non sapete però che è stata lei la prima ad infrangere il muro della scrittura, mandandomi per e-mail questo suo contributo "scritt'orale", che lei definisce così: "pensieri non mediati".

5. Il Ponte della Libertà
di Macri Puricelli

Per quanto giri attorno alla questione, non riesco a non pronunciare la fatidica frase, quella che ripeto costantemente a tutti coloro che mi fanno l'altrettanto fatidica domanda, ovvero che razza di rapporto avrei con il computer. La rivedo in questo modo: che rapporto hai con le nuove tecnologie della comunicazione e dell'informazione?

Beh, ecco qui:
il modem mi ha salvato la vita.

Già, perché io, un rapporto completo d'amore non ce l'ho con il computer (beninteso Mac) ma con il modem. Quella scatoletta magnifica che mi collega al mondo consentendomi però di restare a casa. Per una veneziana come me che il mondo preferisce immaginarselo piuttosto che passare il ponte (inteso come Ponte della Libertà, quello che collega la laguna alla terraferma), il salto è stato enorme. Dal virtuale (dei miei pensieri) sono passata al reale (del contatto via modem).

Senza il modem non avrei potuto trasformarmi da redattrice di quotidiano - dieci ore al giorno in redazione a disegnare menabò e fare titoli - in giornalista dipendente, ma esterna, svincolata dal luogo e dall'orario. Ovvero da casa. O da qualsiasi altro luogo provvisto di spina del telefono.

Era il 1991 e dopo dieci anni trascorsi a macinare pagine e pagine di quotidiano in redazione (prima all'Unità, redazione di Venezia, poi alla Nuova Venezia, sempre in laguna) riuscivo a ottenere un articolo 2, ovvero dipendente esterna. Il giorno in cui firmai il nuovo contratto, l'amministratore delegato del giornale mi consegnò un pc portatile, uno dei primi, un Toshiba 1000 con modem incorporato e mi augurò buona fortuna.

Quel Toshiba 1000 è ancora sul mio tavolo e resta lo strumento più importante della mia vita professionale. Quello al quale sono più riconoscente. Ogni giorno lo uso e ogni giorno lo ringrazio di esistere. Sperando porti quel mio ringraziamento al modem che non vedo.

Al di là del Toshiba, il mio grande tavolo e la mia casa sono pieni di computer. Una faccenda quasi da collezionista. C'è il recente Power Mac 4400, con cui lavoro non per il giornale, c'è la stampante Stylewriter portatile - troppo lenta, ma ci si accontenta - il Mac portatile di prima generazione, l'altro Mac di seconda generazione. Il primo passato in uso a mia figlia Marta la sedicenne, il secondo a Piero, dieci anni. E c'è il modem per il Mac, 28.800, scelto con cura fra i migliori e dopo attenta indagine di mercato.

Ma non crediate sia tutto oro quello che luccica, perché il mio primo computer l'ho venduto. Ahimé, me ne pento. Era un Apple 2C. Correva l'anno di grazia 1984, la Apple esplorava allora il mercato e offriva ai giornalisti uno sconto del 40 per cento, se ricordo bene, per l'acquisto delle sue strane macchine. Bene, l'ho comprato.

Veramente non ho pensato a cosa mi sarebbe servito. Mi affascinava, punto e basta. Affascinava proprio me, studi rigorosamente umanistici e filosofici, e non il marito ingegnere. Che stranezze. Comunque sia andata, in quegli anni all'Unità si usavano ancora le macchine da scrivere (e della mia formazione su quelle macchine risente ancora la tastiera del mio computer attuale e quelle di tutti gli altri), quindi nisba. Ho pensato che avrei iniziato a usarlo, così, per puro piacere e per sperimentare una forma di archiviazione dei miei articoli. Così feci. Con grande soddisfazione e gran lavoro.

Lì finì il gioco. Perché l'anno successivo entrai alla Nuova Venezia e davanti agli occhi mi trovai enormi computer su cui lavorare e piccole tastiere da mettere fuori uso ogni giorno a causa di una battitura troppo pesante per l'informatica. Non mi spaventai, e come avevo sempre fatto, ci lavorai.

Anche in quel caso fu un rapporto egoista: io ti uso, tu funzioni e ci rivediamo domattina. Così è andata, salvo qualche incomprensione fra noi.

Il rapporto con il computer è diventato più intimo quando ho scoperto Internet. Lui e il modem mi hanno aperto il mondo. E hanno cominciato ad assumere l'aspetto inatteso di messaggeri (di posta elettronica in ogni angolo del mondo), di creatori (nelle pagine web), di bussole per navigare (nel mare di Internet). Sono strumenti potenti e amichevoli per approfondire alcuni aspetti del mio lavoro, per sviluppare il mio lavoro, per comunicare, informare ed essere informata.

E a entrambi sono riconoscente.

Non so usarlo al meglio il mio Mac, ne sono consapevole (e il marito ingegnere me lo fa notare spesso), non conosco le sue preziosissime viscere (sono un'autodidatta, da sempre poco portata a leggere i libretti di istruzione e votata all'esperienza sul campo), non ho fretta di imparare tutto (il tempo è tiranno).
Certo che senza il mio Mac perderei una parte di me. Senza la mia posta elettronica pluriquotidiana perderei un contatto essenziale con il mondo. Senza l'esplorazione del WWW, mi sentirei un po' peggio.

Che altro dire? Che non mi fa paura, che mi è amico, che a volte mi sgrida, che io non lo sgrido mai.

E che troneggia felice al centro del mio tavolo bianco.