MeDea
Altre Voci '98
Infoperline '98

Con Giuseppe O. Longo

testo e immagini di Paola Musarra



venerdì 27 novembre 1998 ore 18,45
Maria Grazia Mattei mi ha pregato di aspettarla per qualche minuto. Io resto con Giuseppe O. Longo; ho appena finito di leggere il suo saggio (Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Laterza 1998).
Siamo in piedi, vicino al palcoscenico che brulica di tecnici.

Lui - La sua amica che è andata via ha detto di essere una skipper... e lei chi è?
Io - Io? Sono un'insegnante di francese in pensione.
Lui - (si illumina) Di francese?

Cominciamo a parlare dei libri francesi che amiamo, con squisita pronuncia mi consiglia alcune letture.

Lui - Mi scusi, ma sono stanco, anzi sono un po' malato... Perché non ci sediamo?

Si sistema in una poltroncina di prima fila. Ha l'aria un po' appassita, domani deve parlare e non si sente in forma. Io cerco con lo sguardo Maria Grazia e mi siedo sul bracciolo di una poltroncina per non perderla di vista. I tecnici hanno smontato il velario.

Io - Vorrei chiederle qualcosa a proposito del suo saggio, Il nuovo Golem. Sono stata molto contenta di trovare nella sua bibliografia i nomi dei teorici del corpo, del caos, della complessità, della fluidità, Atlan, Hofstadter, Varela.

Mi sembra che lei prenda le distanze sia da chi punta i piedi contro l'evoluzione rapida e tumultuosa della tecnologia tralasciando di porsi storicamente nei confronti di questo scenario, sia dai tecnologi dell'apparato che semplificano al massimo l'impiego dei dispositivi senza preoccuparsi dell'uso irriflesso che se ne potrà fare.
Lei fa continui e precisi riferimenti a dati storici e a studi scientifici, il che farebbe pensare ad una sua visione serena, imparziale e distaccata dei problemi, mentre in realtà... la tonalità generale del suo libro è - come dire - inquieta, sbaglio?
Lui - No, sì, è vero, sono un po' preoccupato... Ma sta comoda così? Perché non si siede per bene?

Il palcoscenico spalancato senza velario ha acquistato profondità. Maria Grazia passa da un gruppetto all'altro di appassionati che si attardano in platea. Scivolo comodamente nella poltroncina.

Lui - Vede, la prima, la più antica tecnologia è il nostro corpo, immerso in un contesto perturbato, interattivo, imprevedibile, che si costruisce e si modifica incessantemente, proponendoci immagini sempre nuove di noi e del mondo. E' il corpo immerso nel suo più ampio contesto a elaborare l'informazione, a produrre senso, un senso primordiale, che attendeva di essere riconosciuto...
Io - ... e la coscienza è venuta "dopo"...
Lui - Sì, solo in un secondo momento l'uomo regola e comprende l'uso del corpo con il quale è venuto al mondo.
Io - Nel suo libro Entre le cristal et la fumée, Henri Atlan dice - e questo concetto mi ha molto colpito - che il vero "volere", quello che si realizza, è inconscio. Un'altra certezza che cade... E' come se le cose fossero fatte non da noi, ma "attraverso" di noi, nelle cellule, nelle loro interazioni con tutti i fattori aleatori del contesto: è lì che si costruisce l'avvenire.
Quindi l'idea di una coscienza volontaria - o di una volontà cosciente - che agisce nel presente è puramente illusoria. Questo è davvero inquietante: la coscienza, la vera comprensione, riguarda solo il passato.
Lui - Certo, ed è una comprensione sempre inseguita e sempre mancata, comunque sempre legata alla presenza del corpo, questo corpo che nasce e muore. L'imprevedibile complessità della vita si sottrae alla nostra consapevolezza. Per l'intelligenza riflessa, questo è un tremendo mistero, che si cerca in ogni modo di esorcizzare, con continue riduzioni e decontestualizzazioni. Pensi al riduzionismo delle teorie scientifiche, alla riduzione algoritmica...
Io - Un momento, mi chiarisca una cosa: lei è un teorico dell'informazione, professore ordinario all'università di Trieste, si occupa di intelligenza artificiale, insomma di scienze "dure"... ma a me il suo libro ha dato l'impressione di essere stato scritto da un umanista molto sensibile ai complessi problemi della comunicazione. Adesso sono io a chiederle: Ma lei chi è?
Lui - (ride) Beh, io sono un po' tutto, sono anche un attore, sa? A volte i miei colleghi mi guardano con sospetto! Sì, la base è umanistica, ma la preparazione in campo scientifico è stata per me indispensabile: di certe cose bisogna parlare con cognizione di causa, non si può improvvisare.

Al centro del palcoscenico è rimasto lo schermo bianco, che sta creando un gioco di ombre cinesi: un uomo su una scala, un'altra figura. Maria Grazia si materializza accanto a noi e mi chiede di spostare l'appuntamento a domani mattina. La sua intervista la metterò on line nella nuova serie di "infoperline" a gennaio del 1999.

Io - Professore, quasi quasi... le dispiacerebbe se questa nostra conversazione apparisse su MeDea?
Lui - Al contrario, mi fa piacere. Io sono anche un grande narcisista!
Io - Allora parliamo un po' della "narrazione", della memoria, della scrittura, della voglia di raccontarsi che comincia - quando? Lei è più giovane di me...
Lui - Ho cominciato a scrivere narrativa vent'anni fa e non ho più smesso. Nella narrazione trovo una possibilità espressiva quasi sconfinata, invece nei saggi e negli articoli scientifici si è sempre molto costretti... (estrae da una cartella le "locandine" dei suoi libri di narrativa e me li mostra con orgoglio) Vede questi? Li ho scritti tutti al computer!

Ci siamo! La faccio o non la faccio la fatidica domanda? La faccio...

Io - In base alla sua esperienza di scrittore, che cosa caratterizza il suo rapporto con il computer?
Lui - L'interazione con la macchina è estremamente profonda. Tocca categorie fondamentali, come lo spazio, il tempo.
Il tempo, per esempio: sa perché io scrivo volentieri i miei racconti al computer? Perché ho scoperto che il mio "tempo" di elaborazione mentale del testo coincide perfettamente con il "tempo" della mia scrittura manuale sulla tastiera! E ciò rende trasparente il mezzo di scrittura: non c'è più alcun diaframma tra me e ciò che voglio dire. Perfino le parole svaniscono: resta solo la narrazione.
Per quanto riguarda il computer... vede, il calcolatore è una macchina, anzi una metamacchina (perché c'è stato un salto di qualità rispetto al concetto di macchina), una metamacchina simbolica (agisce su simboli) e incompleta, perché ha bisogno di un programma, anzi di programmi, tanti, sempre diversi, quindi si moltiplica, diventa mille macchine...
Io - E l'artista?
Lui: L'artista per me ha il compito di recuperare la complessità del mondo, di "narrare storie", creando senso, recuperando dimensioni personali e affettive.
Io - Ha mai pensato ad un romanzo scritto non solo "al" computer, ma "per" il computer?
Lui - (perplesso) Ma, non saprei: Il computer non "pensa", non "capisce": tutto ciò che pensa e capisce è immerso in un ambiente comunicativo, ha un corpo. Gli esseri umani possono tentare di comprendersi perché c'è una volontà collaborativa - pensi alla conversazione; possono tentare di "tradursi", perché hanno esperienze e facoltà paragonabili. Ma il calcolatore fa parte di un altro regno, appartiene ad un altro pianeta. Paradossalmente, le interfacce digitali create per avvicinare, allontanano, perché eliminano o filtrano tutta la corporeità.
Io - E allora?
Lui - E allora bisognerebbe dare un corpo, un "suo" corpo, al computer.
Io - ... Homo technologicus...?
Lui - Sì, certo, è un problema di evoluzione, anzi di co-evoluzione: si può pensare al simbionte, in cui dovrebbero convivere - ammesso che ciò accada - essere umano e protesi senso-informazionali. Questo simbionte sarebbe più adatto di noi al mondo artificiale che si va formando.

Ma sarebbe felice questa creatura? Non ci sarebbe uno scarto doloroso tra slanci antichi, legati al nucleo biologico del corpo, e una tecnologia semplificante incapace di soddisfarli?

Ci salutiamo. Vado a piedi fino alla stazione: torno a Padova per accogliere una MeDea che viene da lontano.
Penso alla disperata nostalgia del simbionte evocata da Longo.
Ma penso anche al poeta Ennio, che diceva orgogliosamente: "Mihi sunt tria corda", "Io ho tre cuori" (le tre lingue che conosceva).
E se uno fosse di silicio?

Aspettando il simbionte
Complesse sinestesie

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