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Sul filo

testi, immagini e elaborazione immagini:
Paola Musarra

Vedi, tu sei l'acrobata, te ne stai lassù, sul filo, ed esegui la tua danza di leggerezza, ma è una leggerezza provvisoria, che da un momento all'altro potrebbe trasformarsi in una caduta rovinosa. E' necessario che la folla che ti osserva dalla piazza a faccia in su scompaia, che la piazza stessa scompaia, che scompaia tutta la città, coi suoi palazzi antichissimi e i comignoli e le torri rugose, bisogna che tutto ciò si dissolva, che le apparenze si annullino...

Questa insidiosa identificazione con la figura del funambolo ci viene proposta da Giuseppe O. Longo (L'acrobata, Einaudi 1994, p.98), appassionato descrittore di città sovrapposte, che nella Gerarchia di Ackermann (Mobydick 1998) coniuga Trieste e Budapest in una rievocazione fitta di carnali apparenze e acute tensioni.

Nell'Acrobata l'immagine simbolica del funambolo si perde nella ricerca di una (impossibile?) leggerezza.

Mentre tutto si disgrega nell'ombra, l'acrobata solitario continua a danzare sul filo, perde il contatto con le apparenze concrete, non mangia, si alleggerisce di molte zavorre, finché scompare anche il filo che lo sostiene, perché non c'è più peso da sostenere. E può finalmente posare il piede "su tutta quella vellutata oscurità". (p.169)

C'è una profonda voluttà in questo dissolversi fino all'annientamento. Ma c'è anche un prezzo altissimo da pagare: la perdita dei colori, della sensibilità - del corpo. Nell'ottundimento del buio, tutto diventa tutto.

Che cosa nasconde questa paura - ansia - fretta di veder scomparire il mondo? Forse, soltanto il desiderio di celebrarne il ricordo, dall'alto. Solo il ricordo, infatti, solo il "racconto" può risvegliare le sensazioni, far rivivere il corpo - un corpo "altro" però, che i meandri della memoria hanno trasformato, ni tout à fait le même, ni tout à fait un autre.

Muoiono i padri, si inabissano le case, i palazzi, le città.

Ma sui luoghi svaniti, sulle tombe dimenticate, sulle rovine, c'è chi sa imporre il sigillo della propria memoria, ricostruendo a propria immagine e somiglianza le ambigue tracce del passato.

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