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Giornalismo Veneziano
nel '700





Se il Cinquecento si era concluso piuttosto male per l'arte della stampa in laguna (nel 1590 chiude anche la gloriosa stamperia dei Manuzio), attorno al 1735 l'editoria veneziana stava vivendo un clima di generale euforia. Sia la produzione che il commercio dei libri stavano attraversando un momento straordinario e favorevole.
Delle 803 pubblicazioni periodiche censite in Italia nel Settecento, tra giornali letterari e scientifici, gazzette e almanacchi, 240 pari al 30% uscivano nel territorio della Repubblica di Venezia. 20% nel Ducato di Milano, 13% nello Stato Pontificio. Fino a metà 700, comunque, nonostante questa vivacità editoriale e intellettuale, Venezia e il Veneto non avevano ancora trovato nel giornale quella critica fonte di informazione che da tempo la Francia aveva acquisito. L'animata produzione di fogli e gazzette e il buon commercio dei libri in questi anni, non vanno disgiunti da due fatti nei quali si inserisce l'attività di Elisabetta Caminer, giornalista. Il fervore che animava la stampa di nuovi fogli, prima di tutto.
Fu in questo ambiente - negli anni fra il 1760 e il 1790 - che Venezia vide gli episodi di maggiore vivacità editoriale. Era il 1760. L'indiscussa utilità dei periodici d'estratti e annunci librari non riusciva a vincere un forte senso di monotonia, segnalato più volte dagli storici, che annoiava i lettori e deprimeva i giornalisti.
In questa atmosfera, si apre in quegli anni uno spazio speciale per i "giornali di tendenza" fogli che avvieranno una nuova linea di interessi enciclopedici, non più rigidi e freddi, ma permeabili alle sensibilità e alle culture di altri Paesi.
Nasce in questi anni anche un'esigenza cui da tempo gli almanacchi si sforzavano di rispondere: illustrare la vita cittadina nelle sue novità culturali e allo stesso tempo nella sua cronaca minuta. Venezia sentiva l'esigenza di un giornale di questo tipo. E' da questi presupposti che nacque la Gazzetta Veneta di Gasparo Gozzi. Con Gozzi entrano per la prima volta in un foglio periodico, uomini, donne e cose di tutti i giorni, furti, beffe e cronache mondane. Ma il suo tentativo di raccogliere in un periodico tutto ciò che era di immediato interesse cittadino, apparve ancora impossibile da perseguire. Soprattutto dal punto di vista economico. Bisognerà aspettare l'ultimo decennio della Repubblica per vedere quel foglio bisettimanale veneziano cui Gozzi aspirava. Era la "Gazzetta urbana veneta" che fu per una decina d'anni opera di un solo redattore: il trevigiano Antonio Piazza - che conosceva e seguiva il lavoro di Elisabetta Caminer - che la resse sino all'entrata degli austriaci a Venezia.
Un altro aspetto va rilevato di quegli anni formidabili: la nascita di un giornalismo inteso nel senso moderno del termine. Sempre più numerose erano le persone che cercavano di trasformare l'attività intellettuale in un mestiere come gli altri. Quindi remunerativo. In questo senso, la figura di Gasparo Gozzi appare emblematica. La fortuna alterna, negli anni a cavallo fra i Quaranta e i Cinquanta, Gozzi cercò di mantenersi scrivendo, incoraggiato e aiutato dalla moglie Luisa Bergalli, "che s'era dimostrata molto esperta nell'arte di scrivere lavori drammatici".
Di Gozzi si sa che non ebbe fortuna e che le sue avventure nel giornalismo più moderno che mai s'era conosciuto in Italia, non lo misero al riparo dalla miseria. Ma, "fu con questi uomini che iniziò ad affermarsi l'idea che il mestiere di scrivere andava pagato e che la proprietà letteraria doveva essere riconosciuta". Fra questi "uomini" c'era anche Elisabetta Caminer e il suo "Giornale Enciclopedico".


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