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pagina principale Il Carnevale è di Venezia e non è dei veneziani?

Perché ce ne stupiamo?
Perché, anno dopo anno, da quel meraviglioso bagno di amici e di folla del 1980 - preceduto da un’improvvisata in piazza San Marco l’anno prima - continuiamo a ripeterci che il Carnevale non è più quello di una volta?
Il programma c’entra fino a un certo punto.
Piuttosto, guardando le maschere e i profitti della maggior parte dei veneziani durante queste assurde giornate, dimentichiamo che il Carnevale non è più quello di vent’anni fa perché anche Venezia non è più la stessa. E men che meno lo sono i veneziani.
Il Carnevale non è dei veneziani perché la stessa città non è più dei veneziani.
O meglio, non è più di coloro (saremo il 10%? Il 20%?, non so) che non vivono di turismo e sul turismo. Sia di classe e danaroso, che straccione e da sottocultura. Una città che non è più, da tempo, una città, una polis unita da interessi diversi ma obiettivi comuni. Fatta eccezione di alcune sacche di resistenza (una per tutte: il porto).
Come possiamo definire, comprendere, amare, una città - bellissima - che fa della rapina il proprio credo quotidiano?
Dove i giovani che qui vengono a studiare sono costretti a sborsare non meno di 300 mila lire al mese per un letto in una camera tripla e comprarsi la pagnotta a dieci mila lire al chilo. Dove gli anziani sono sempre più poveri. Dove il valore delle case è da tempo fuori mercato. Dove per un magazzino senza abitabilità (e che mai l’avrà), 90 mq su per giù nel profondo Castello, si chiedono 380 milioni di lire. Senza abbassare gli occhi per la vergogna. Tanto qualcuno, prima o poi, arriverà e lo comprerà.
E per una casa alle Vignole - senz’altro bella, vorrei sperare - si sparano 1 miliardo e 600 milioni di lire. Perfetta per un agri-Turismo, ovviamente. Dove gli affitti per “non residenti” rasentano la follia e diventano merce per pochissimi.
Troppo pochi i proprietari che accettano contratti “patti in deroga” per i veneziani che non se ne vogliano andare: farlo è diventata ormai quasi un’azione politica . Dove, negli ultimi anni, si affittano settimanalmente piccoli e grandi appartamenti a cifre che vanno dal milione e mezzo in su. E che i turisti, soprattutto quelli stranieri, sembrano apprezzare davvero. Alla ricerca di una Venezia più “vera” che anche per loro, evidentemente, si fa fatica a trovare. Dove non la smettiamo più di contare negozi di maschere e agenzie immobiliari.
Perché mai dover rinunciare a un reddito così alto e così facile.
Ci si è venduti, pezzo dopo pezzo, al turismo e all’andazzo generale di un’economia di solo business. Ci si è immolati su quell’altare di massimo profitto (il fatturato, mi insegnava mio padre che faceva l’albergatore, deve essere ogni anno superiore, altrimenti si parla di “crisi”) e oggi sembra impossibile fare retromarcia.
Ci vorrebbe il vento di Port Allegre qui da noi.
Ci vorrebbe qualcosa che scuotesse le anime, qualcosa come un “patto di solidarietà” e di resistenza fra veneziani (tutti, non solo gli amministratori) che veda come obiettivo la vivibilità e il recupero dell’identità di questa città. Un futuro, sostenibile davvero, per i nostri figli e nipoti. Che non la metta più in vendita, giorno dopo giorno, al miglior acquirente. E che non costringa, noi veneziani, a riparare in terraferma e a vivere Venezia dall’unico spazio in cui val la pena ancora d’essere vissuta: l’acqua, la laguna, i canali. Ma solo d’inverno e negli angoli remoti. Per non soccombere al moto ondoso, ai lancioni, ai taxi, al traffico turistico, ai barchini scatenati. Riprenderci la città, questo dovrebbe essere il desiderio di noi veneziani. E lo è.
Forse, però, siamo troppo pochi per farne realtà.
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mise en page: 
bruno flores