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Gabriella Alù

LA STORIA DI AMORE E TENEBRA DI AMOS OZ
- Appunti sul libro del grande scrittore israeliano -


Romanzo autobiografico e non autobiografia romanzata; libro in cui nostalgia ed umorismo, gioia e sofferenza si alternano, "Una storia di amore e di tenebra" di Amos Oz è questo e di più.

copertina libro


Amos Oz, uno degli esponenti più interessanti ed amati della letteratura ebraica contemporanea, tradotto in una ventina di lingue, autore di molti romanzi, racconti e saggi critici pubblicati sulle riviste di tutto il mondo, è anche uno dei leader del movimento pacifista "Peace Now" ed in quanto tale ha partecipato agli incontri di Ginevra dell'ottobre 2003.

Sposato da quarantanni, padre e nonno felice, molto legato alla sua terra (vive e lavora tuttora in Israele), grande conoscitore delle tradizioni e della cultura israeliane, Amos Oz è però profondamente laico e consapevole del fatto che la complessità della tragedia arabo-israeliana non può essere affrontata con un'ottica manichea e di prevaricazione.
"La guerra in corso non è tra arabi palestinesi ed ebrei israeliani, è una guerra tra fanatici di entrambe le parti"
(da un'intervista rilasciata a Marzia Serena Palieri e pubblicata su L'UNITÁ il 21/9/2003)

Amos Oz


Questo suo ultimo libro, uscito in Italia nel novembre del 2003 nella bella traduzione dall'ebraico di Elena Lowenthal è un grande affresco in cui si intrecciano più livelli narrativi.

C'è la storia delle ultime quattro generazioni della famiglia dello scrittore, ebrei fuggiti dall'Europa orientale appena in tempo prima dello scatenarsi dei massacri nazisti ed approdati in terra d'Israele ancora sotto il protettorato britannico.

Ebrei colti, multilingue, europei ma che l'Europa ha rifiutato e "vomitato".

Laici piombati dalle nebbie e dalle foreste della Lituania e della Polonia in una terra arsa dal sole, benestanti nella loro patria di origine che si ritrovano a dover vivere in casupole e con un tenore di vita quasi alla soglia della povertà. Dotti emigranti che guardano con fascinazione ma anche con un grande senso di estraneità ai giovani abbronzati dei kibbutz.

C'è la la storia di Israele dalla fine del protettorato britannico, la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei feddayn, la vita nei kibbutz.

C'è una grande ricchezza di figure femminili delineate con una sensibilità, una comprensione ed un rispetto che non sempre ci viene dato riscontrare in autori uomini e che Amos Oz così spiega quando scrive "Il mondo è pieno di uomini che adorano il sesso e odiano le donne: io amo il sesso e amo le donne" e, sempre nell'intervista comparsa su L'UNITÁ dice "Ho voluto scoprire la mia parte femminile".

Ma nel libro c'è soprattutto la storia del bambino Amos, nato in Israele, figlio unico di genitori scampati alla Shoa, genitori entrambi coltissimi ("mio padre era in grado di leggere sedici o diciassette lingue e di parlarne undici .... mia madre aveva dimestichezza con quattro o cinque, e ne leggeva sei, otto" pag.8) per i quali "tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto" e dei quali scrive "...credo che malgrado Hitler considerassero la Germania più civile della Russia e della Polonia, e la Francia ancor più della Germania. L'Inghilterra era persino più su della Francia. Quanto all'America (...) laggiù, in fondo, si sparava agli indiani, si svaligiavano le diligenze, si depredavano l'oro e le fanciulle" (pag.9)

Amos Oz con i genitori


Il libro è anche la storia della presa di coscienza politica e della formazione di quello che diventerà in seguito uno dei massimi scrittori israeliani viventi e pacifista convinto.

In esso vengono rievocati i grandi momenti della storia di Israele: memorabili, le pagine in cui il piccolo Amos vive, a 12 anni, la notte del 29 novembre 1947 in cui l'Assemblea Generale dell'ONU vota a favore della creazione, nei territori del mandato britannico, di due stati indipendenti, uno ebraico ed uno arabo. Ma viene descritta anche la quotidianità del tirare avanti dei nuclei familiari in una Gerusalemme in cui si intrecciano sionismo, Shoah, conflitto arabo palestinese, nazionalismo e socialismo...

Al centro di tutto questo, il suicidio ad appena trentotto anni della madre Fanya, di cui Amos Oz parla in questo libro per la prima volta "Di mia madre non ho parlato quasi mai, per tutta la mia vita sino ad ora, che scrivo queste pagine. Né con mio padre né con mia moglie né con i miei figli né con nessun altro. Dopo la morte di mio padre, nemmeno di lui ho quasi mai parlato. Come fossi stato un trovatello" (pag.615).

I diversi piani narrativi si sovrappongono e si rincorrono in un percorso cronologico che non è lineare ma procede a balzi.

Tecnica narrativa molto raffinata, certo, ma anche segno della fatica, per l'autore, di trovare finalmente, dopo tanti anni, il coraggio e la forza di trattare il più profondo e grande trauma della sua vita, il suicidio della madre, tema che attraversa ed incombe per tutte le seicento e passa pagine del volume ma di cui Amos Oz parla diffusamente, dolorosamente, esponendo tutti i dettagli che ancora dopo cinquantanni rimangono scolpiti nella sua memoria, soltanto nell'ultimo, straziante capitolo.

"Una storia di amore e di tenebra" è un libro sulla memoria (individuale, familiare, collettiva)

È un libro sulla separazione e la elaborazione del lutto: separazione di masse di profughi sradicati da terre e culture che percepivano come la loro patria per affrontare un futuro incerto e pieno di pericoli in una terra in cui, seppure "promessa", aleggia sempre l'incubo dell'assedio e dello sterminio.

Separazione dalla lingua yiddisch ma anche separazione volontaria, a livello individuale, dai condizionamenti della propria storia familiare, che si concretizza nella decisione del quindicenne Amos, dopo la morte della madre, di lasciare la propria città (Gerusalemme) e la propria famiglia per il deserto e per la vita nel kibbutz per separarsi da una vita di lettura e di studio per un'altra fatta di fatiche e lavori manuali.

il deserto israeliano (foto)


Una separazione che arriva a fargli abbandonare anche il proprio cognome: Amos decide infatti di cambiare il proprio cognome Klausner assumendone uno del tutto inventato: Oz. "Nasce" così Amos Oz.
"Dopo la morte di mia madre, uccisi papà e uccisi Gerusalemme, cambiai nome e andai da solo al Kibbutz Hulda, a vivere lassù"

Ci vorranno anni ed anni di separazione, di romanzi e racconti (Amos non riesce a mantenere a lungo la promessa fatta a sè stesso di non scrivere più e leggere di meno) in cui lo scrittore parla in maniera indiretta e sublimata dei momenti cruciali della sua vita perchè il lutto della morte della madre possa venire finalmente, dolorosamente elaborato.

Separazione, ma non sradicamento. In questo romanzo autobiografico, infatti, Amos Oz ci mostra come, a volte, la (ri)conciliazione con il proprio passato, le proprie radici, la propria storia non possa che percorrere la strada obbligata della separazione e del distacco.

È forse per questo che, terminata la lettura, e chiuso il libro su frasi che pure rievocano con spietata e dolente puntigliosità gli ultimi gesti compiuti dalla madre poco prima del suicidio la sensazione non è quella della disperazione e dello sconforto ma, paradossalmente, di una sorta di pace interiore finalmente dolorosamente conquistata.

L'amore e la tenebra di Amos Oz sono l'amore per i genitori e tra i genitori, l'amore per la sua terra di Israele e la tenebra il suicidio della madre Fanya ma anche un orizzonte di speranza: al di là dei Monti di Tenebra vivevano infatti i pionieri e le pioniere dei kibbutz.




Testo e
impaginazione di
Gabriella Alù


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