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Medee e Cybernaute


Testo e HTML  di Gabriella Alu'



M aga barbara e crudele, traditrice della patria e della famiglia, madre snaturata ed infanticida a causa della passione e della folle gelosia per Giasone nella tragedia di Euripide, strumento inconsapevole dei disegni di Era per Apollonio Rodio, "barbara fanciulla" travagliata dai dubbi ("vedo il meglio e l'approvo, ma mi appiglio al peggio...") nelle Metamorfosi di Ovidio, il mito di Medea rimbalza sino ai giorni nostri attraverso le innumerevoli interpretazioni del teatro, del cinema, della musica e della letteratura.

L a scrittrice tedesca Christa Wolf, nel suo romanzo capovolge però il mito, facendo di Medea una vittima della violenza della gente di Corinto.

M edea ha scoperto l'assassinio di Ifinoe, figlia primogenita di Creonte, fatta uccidere dal padre per paura di perdere il trono. Con la sua scoperta, Medea mette in discussione il "patto fondativo " della città, mette il popolo di Corinto di fronte al pericolo di quello che, in psicoanalisi, viene chiamato "il ritorno del rimosso" cioè quello che non si vuole conoscere razionalmente perchè incompatibile con la propria coscienza morale e che, inaccettabile, viene rifiutato.

M edea rappresenta quindi un pericolo mortale per la sopravvivenza stessa della società di Corinto basata su questo "patto di denegazione" di cui il corpo di Ifinoe nascosto nei sotterranei del palazzo reale rappresenta il "fantasma istituzionale".

P erciò Medea deve essere annientata, distrutta.

V iene allora prima accusata ingiustamente dell'assassinio del fratello Apsirto e poi vede i propri figli lapidati dalla folla. La memoria collettiva cancellerà poi questa violenza tramandando l'immagine di una Medea assassina e infanticida, complice un Euripide al quale viene affidato il ruolo di istituire un rito di riparazione per il delitto commesso.

Medea foto


P ur così profondamente diverse, la Medea del mito e la Medea della Wolf hanno, tuttavia, qualcosa che le accomuna

N el mito, Medea la barbara è esperta di rituali magici. Con la parola fa rinascere Esone e morire Peleo. Anche la Medea della Wolf usa la parola, ma quella della Wolf è la parola psicoanalitica che serve a far venire alla luce (cioè rinascere) ciò che giace sepolto nell'inconscio individuale di Glauce e nell'inconscio collettivo del popolo di Corinto. Anche questa Medea usa erbe ed unguenti, ma la sua è una sapienza medica della quale però i Corinzi e la stessa Agameda (della Colchide e guaritrice essa stessa) non conoscono i segreti.

E ntrambe le Medee usano erbe e preparano pozioni; entrambe detengono un sapere tecnologico che ai Corinzi è ignoto.

L e due Medee hanno in comune un sapere il quale, poichè è sconosciuto agli altri, viene perciò percepito come "magico".

E sse sono quindi oggetto allo stesso tempo di invidia e di speranza, di odio e di amore. E' questa competenza "tecnologica" sconosciuta che rende "le due Medee" davvero "diverse" da chi le circonda . Medea è temuta perche' , sapendo, detiene un potere da cui gli altri sono tagliati fuori.

M edea è una "barbara" perchè barbaro è tutto ciò che sta al di fuori dei confini delle conoscenze acquisite, delle certezze, della cultura e delle abitudini consolidate.

L a polarità Corinto = civiltà e razionalità da una parte, Colchide = magia, anarchia, e irrazionalità dall'altra acquista allora una luce diversa: Medea la "barbara" è invidiata, temuta e persino odiata perchè padroneggia un sapere dal quale i "civili" Corinzi sono esclusi.

A nche le donne cybernaute sono, a volte, percepite come "maghe".

F orzando la metafora di Medea, ecco che la perplessità, l'invidia, la diffidenza se non, a volte, addirittura l'ostracismo velato da scetticismo di cui spesso le donne che usano il computer per navigare in Rete sono fatte oggetto possono essere visti come atteggiamenti non poi tanto diversi, simbolicamente parlando, da quelli di cui è oggetto Medea.

N avigare in Rete può esser visto, da parte di chi non possiede le conoscenze, le competenze e gli strumenti per farlo, come qualcosa che affascina ma che allo stesso tempo inquieta, interessa, incuriosisce.

C i si rivolge quindi si, all'amica "che sa usare Internet" per chiederle aiuto ed informazioni, ma la si considera, in fondo, "diversa e straniera", appartenente ad un virtuale che assume, nell'immaginario, la connotazione di mondo barbarico, di novella Colchide rovesciata in cui le Medee-Maghe parlano con i mostri ed i draghi, in cui fanciulli come Apsisto vengono "irretiti", intrappolati ed uccisi, in cui le donne frequentano luoghi oscuri ed inquietanti e pericolosi ed in cui la parola non è simbolo di ordine e di logos ma di irrazionalità e dis-ordine.

L' amica alla quale noi stesse ci siamo rivolte in cerca di aiuto e che torna, dopo una navigazione su Internet, con le informazioni richieste è vista allora, spesso, come una Medea, una maga, una strega che svolge i suoi incomprensibili rituali utilizzando le magiche formule di una lingua sconosciuta.

U na conoscenza che altri posseggono ma dalla quale ci si sente, a torto o a ragione, esclusi, viene desiderata, invidiata ma anche temuta e quindi, spesso, negata ed esorcizzata.









Callas

Maria Callas
sul set del film
"Medea" di P.P. Pasolini
Qualche volto di Medea

Euripide "Medea"

Apollonio Rodio "le Argonautiche"

Ovidio "Le metamorfosi" libro VII

Luigi Cherubini "Medea" (dramma lirico)

Jean Anouhil "Medea"

Saul Grillparzer "Medea"

Pier Paolo Pasolini "Medea" (film)

Christa Wolf "Medea"


Settembre 1997


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