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"Passaporti"
di
Corrado Veneziano
Drammatizzazione degli atti giudiziarii relativi allo speronamento - da parte delle autorità militari italiane - di un mercantile albanese nelle acque internazionali, nel Venerdì santo del 1997.


(Questa breve nota ha introdotto la prima rappresentazione di "Passaporti" alla stazione marittima di Brindisi)

Non sappiamo quanti morti (clandestini, profughi, immigrati) contengano le acque dei nostri mari; ma spesso, nella contabilità cruda di un archivio di polizia, finiamo col conservare i loro portafogli, i "passaporti" personali.

Le pagine spesso sono logorate (e chissà, forse hanno passato alle onde i propri caratteri, le proprie parole), ma talora vengono alla luce - nitidi - appunti e frasi, annotazioni e numeri: uno scontrino dell'autobus come testimone dei nostri spostamenti (dei nostri orari, delle nostre "destinazioni"), un ritaglio di giornale, un numero telefonico, un annuncio economico come spie mute, ma allo stesso tempo indiscrete e dialoganti, delle nostre azioni, dei nostri interessi, delle nostre ambizioni.

Abbiamo provato a raccogliere tutto questo, circoscrivendo sempre di più l'oggetto della nostra particolare archiviazione: tutto ciò che potesse riguardare la traversata della notte del Venerdì santo del 1997, di una imbarcazione albanese partita da Valona e speronata in acque internazionali da una vedetta militare italiana, al largo del mare di Otranto.

Fogli e inchiostri, pagine e tracce - i passaporti - si sono arricchiti poi di perizie tecniche e dichiarazioni ufficiali: a rendere più chiari i contorni di un evento in cui l'assenza di un coerente progetto governativo si è legato a imperizia e indifferenza, determinando la morte di 108 persone, per la maggior parte donne e bambini.

Ma ritagli di giornale e perizie - è risaputo - non riescono a dar conto della complessità umana e delle sue istanze, ed è così che pian piano il lavoro (le pagine da assemblare e recitare) si è integrato con altri due blocchi: uno fatto di poesie e l'altro di codici di diritto nazionale e internazionale. Le poesie sono albanesi e kosovare: sorprendentemente raffinate (molte di queste sono tradotte in italiano a cura di Daniele Giancane) e, pur nella loro malinconia, mostrano la loro forza e vivacità, linguisticamente originali e innovative.

Le leggi e i commi declamati sono quelli che reggono i pilastri della nostra democrazia (dalla Costituzione italiana, che "garantisce il diritto di asilo" e "ripudia la guerra", al diritto nautico internazionale "che impedisce a chicchessia di fermare e ispezionare altre navi, a meno che non ci sia commercio di schiavi", alle Convenzione di New York e di Ginevra che assicurano a tutti "il diritto a spostarsi, con ogni mezzo, alla ricerca di migliori condizioni di esistenza").

Queste le parole. Utilizzate come una partitura orchestrale fatta di cori, sovrapposizioni, dissonanze. I nomi delle vittime sono intervallate da spezzoni di annunci "riservati" ("anche le gattine fanno l'amore: chiama l'166..."), le proclamazioni istituzionali di accoglienza e integrazione vengono alterate da dichiarazioni parlamentari più brutali e selvagge ("gli immigrati andrebbero ributtati a mare!"), i numeri della flotta italiana (milleduecento tonnellate, cento metri di lunghezza) sono comparati con quelli del peschereccio albanese: 35 tonnellate, 18 metri di lunghezza.

Per ciò che concerne la messinscena, un allestimento povero ed essenziale: una lingua marina e quattro militari (due maschi? due donne?) impegnati a raccogliere qualche foglio galleggiante sull'acqua.

Dopo le prime parole declamate (i nomi, i luoghi, le pagine di diario personale), i quattro militari sfileranno le uniformi, lasciando emergere quattro corpi di donne, ricche di femminilità e sensualità: è il momento più dolce, con la recitazione di brani narrativi, liriche e poesie.

Dopo ancora, assisteremo a un'ultima trasformazione e i quattro corpi - con la lettura di leggi e decreti, e con la messa a nudo delle loro interne contraddizioni - si faranno lividi ed emaciati. A evocare e raddoppiare un modello di esistenza che talora, nella intolleranza e nella negazione del dovere di relazione, mostra una sua asessualità e una sua profonda lacerazione.

Com'è lacerante la ferita, a tutt'oggi, di quella data e di quella tragedia.

Corrado Veneziano

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