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MeDea: M(acchina) e Dea
di
Giuseppe O. Longo

... I suoi piedi sono autòmatoi

Aliena perché dea, ma illusa d'umanità: come le umane genera figli e come Arcularis piange d'averli generati...

Magàra e macchina e dea, M-e-Dea è estranea alle leggi dell'umanità. Vuole, sì, venire-cadere tra gli umani, ma sempre rimane estranea. Fatta di altra materia, abitata da altro cuore (cuore selvaggio di leonessa feroce con test'alta e con rabbiosa fame), Medea irrompe nella polis incapace di sottomettersi alle sue leggi.

... con test'alta e con rabbiosa fame...

Medea era avvezza a vagare per ampi spazi popolati d'alberi e di fiere, come una raccoglitrice preistorica trovava senza cercare, non pianificava, non progettava, non aveva scopi, mete precise, ogni sua mossa andava a buon fine perché non aveva fine.

Ora d'un tratto si trova imbrigliata nei lacciuoli delle norme civili, deve guardare i suoi passi, è prigioniera di obblighi e divieti, allora impazzisce... scuote la testa, irta la criniera, rovesciati gli occhi, furente, rantolante nella gola, assetata di praterie, di montagne, di spechi, cacciatrice di leoni, emette ruggiti che spaventano i pallidi cittadini di Corinto. Non si sottomette.

- Eppure, eppure l'amore...

- Ma quale amore! Una sortiera barbara sedotta da una freccia vagante di Eros, sfruttata a fondo per le sue magiche arti e risorse - ricordi i tori di bronzo, i guerrieri nati dai denti del drago gettati nel campo? - per incantesimi e unguenti e pozioni, capace di squartare Absirto, il fratello, per sfuggire all'ira del padre, capace di bollire nel calderone Pelia, il re zio di Giasone...

- Sì,sì...

- E il dono nuziale: peplo e corona per Glauce - lei sì aristocratica corinzia, degna di essere sposa a Giasone - doni di fuoco, doni di morte!

- Insomma...

- Insomma, un'altra razza: non umana, piena di odio, fiera bruta tra i gentili corinzi, squassata dalla tempesta dei sentimenti, più selvaggia di Scilla tirrenica...

- Ma era stata ripudiata, abbandonata! Chi può subire un'ingiustizia così sanguinosa senza versare a sua volta sangue! Era rimasta sola e senza patria. Sola con i suoi figli.

- E l'empia li uccise. Basta. Non umana, ti dico. Una di quelle creature che vengono dagli incubi per toglierci la pace. Lemuri. Spettri. Di fuori sono come noi, ma dentro... dentro non c'è la carne: ci sono complicati alfabeti, macchinismi... Automi... ecco che cosa sono, queste creature. E a lungo ci hanno chiamato, la notte...

... Lemuri. Spettri...

- La notte ci chiamano, appaiono in sogno, torreggiano nell'oscurità delle chiuse stanze... le macchine. Vogliono uscire alla luce, vogliono farsi fare, costruire, montare, congegnare. Da noi. Per poi dominarci, per accoppiarsi con noi e averne dei figli. Figli com'ebbe Medea da Giasone per poi atrocemente disfarli...

... per poi atrocemente...... disfarli...

Coro:

Medea, versiera e medichessa, strega e guaritrice, depositaria del sapere antico del corpo e della terra, che hai ereditato dalla zia materna, la maga Circe, quando le donne erano regine.

Medea perduta, Medea guastata, allontànati dal fuoco e dalle erbe delle tue fatture. A chi puoi volgere gli occhi bianchi di rabbia, corrucciati, lucidi di pianto per non essere come loro?

Medea, simbionte di donna e mutante, dove puoi fuggire, ormai, sul tuo cocchio? Che cosa troverai quando sarai sospinta oltre il bordo estremo di questo disco che chiamiamo terra?

* * *

Il trapasso è dolore. La muta è tribolazione. Il cambiamento è sofferenza.

Chissà, forse, alla fine, in fondo al crogiolo brillerà l'occhio impassibile e cieco dell'oro.


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