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Il Sogno della Macchina
di
Giuseppe O. Longo

- Oh, gli androidi e le andreidi
di cui sempre, irrimediabilmente, c'innamoriamo!

Ora adottiamo un tono saggistico - didascalico.

L'impresa dell'intelligenza artificiale si colloca nel solco di una milllenaria ambizione dell'uomo, quella di imitare l'atto divino della creazione.

Più o meno dichiarata, quest'ambizione risale all'antichità biblica e classica, e la leggenda del Golem ne è forse l'esempio mitologico e letterario più noto: in quest'impresa s'intrecciano la vertigine della creazione e il timore per la creatura, che talora minaccia di soverchiare e distruggere l'inesperto demiurgo. Anche nel caso del mostro di Frankenstein la creatura trascende il progetto e si ribella, suscitando negli uomini angoscia e terrore.

... angoscia e terrore...

Talvolta gli esseri umani subiscono invece il fascino degli esseri artificiali: nei racconti di Hoffmann gli uomini s'innamorano perdutamente di affascinanti bambole meccaniche in cui la differenza tra il modello e la sua riproduzione si attenua fino a scomparire, inducendo in inganno anche l'osservatore più attento.

Passando dalla letteratura al versante tecnico, la storia di questi tentativi si presenta altrettanto ricca di prodotti ammirevoli: gli automi, costruzioni meccaniche come fontane con uccelli semoventi, orologi, organi di varie forme e dimensioni, insomma creature, spesso zoomorfe o antropomorfe, che, mosse da un meccanismo nascosto al loro interno, sembrano comportarsi come esseri viventi.

La fantastica parabola di questa ingenua e magica avventura procede fin quasi ai nostri giorni. Accanto ai Golem, alle teste parlanti, ai prodigi e ai mostri delle leggende e della letteratura, gli automi sono dunque i protagonisti di una storia affascinante e tenebrosa di meccanica onirica, dove magia e occultismo s'intrecciano con la genialità inventiva, in un turbinio di personaggi eterogenei, inventori, maghi, affaristi, ciurmadori, studiosi, prestidigitatori e genti grosse.

Ma su un altro versante la storia di queste creature artificiali, di volta in volta seducenti, preziose, inquietanti e sospette, costituisce un distillato significativo dell'intera storia della tecnica e dell'afflato prometeico che l'ha sempre animata.

* * *

Questi raffinati e suggestivi giocattoli oggi non si costruiscono più e sono rimpiazzati dovunque, se non nei musei e nei teatri della nostalgia, da manufatti in cui l'elettronica si rivela sempre più sollecita dell'efficienza e sempre meno dell'imitazione puntuale della natura: l'elemento meraviglioso e ludico è stato pian piano sostituito dalle finalità pratiche.

Eppure gli automi, specie gli androidi e le andreidi, continuano a popolare di inquiete proiezioni e torbidi sogni la dimensione immaginaria del nostro tempo e da qui travalicano nelle creazioni artistiche e nelle attuazioni tecniche.

Anche se forme e strumenti sono mutati, esiste tuttora un campo di ricerca contrassegnato dalla dubitosa e mutevole linea di separazione tra ciò che l'uomo può attuare e ciò che può solo sognare. In questo senso gli automi incarnano da sempre - e anche nelle nuove vesti informatiche, prostetiche e robotiche - l'aspirazione dell'uomo a superare i limiti del proprio retaggio.

In questo territorio della creazione imitata ci si muove dunque tra diversità palese, suscitatrice di stupore o di orrore, e inquietante somiglianza, generatrice di equivoci e di non facili problemi etici, che ci richiamano alla responsabilità del creatore: di fronte alla complessità enorme della creatura, presupposto della sua somiglianza perfetta al modello, ci si può, infatti interrogare sui suoi probabili sentimenti e sulle sue reazioni. Perché suscitare dal nulla creature tanto simili a noi da essere capaci di soffrire?

... capaci di soffrire...

La loro sofferenza, che potrebbe nascere dalla coscienza di non essere del tutto assimilabili agli uomini, sarebbe un triste corollario della nostra abilità creatrice. La psicologia e la sociologia degli automi, degli androidi e dei cyborg sono uno dei temi più interessanti della moderna fantascienza e forse uno dei problemi più complessi di un futuro già a portata di mano.

* * *

E' evidente che fino a un recente passato l'abilità riproduttiva dell'uomo raggiunse i suoi vertici nella letteratura: i prodotti reali restarono sempre lontanissimi dal modello, cui li avvicinava soltanto la forma esteriore, ma non una puntuale somiglianza strutturale e funzionale.

Le cose cambiarono radicalmente verso la metà del secolo trascorso, quando furono costruiti i primi calcolatori elettronici. Si capì ben presto che il computer, lungi dall'essere una semplice macchina per far di conto, possedeva capacità enormi e tutte da esplorare proprio nell'ambito del mondo simbolico dell'informazione, che è il mondo della mente. Intorno al 1956 nasceva una nuova disciplina, cui fu dato il nome di intelligenza artificiale, e il calcolatore divenne il modello di elezione della mente umana.

Si trattava ancora dell'antica ambizione di riprodurre o replicare l'atto divino della creazione, ma non più con l'ingenuo o impossibile intento di costruire una creatura simile all'uomo nel suo complesso, magari con qualche distorsione, bensì di riprodurre o simulare con estrema precisione una sola parte dell'uomo: la sua mente. La fantasia cominciava dunque a diventare realtà, sia pure limitatamente a un aspetto. Ma si trattava dell'aspetto più importante, caratteristico e fondamentale dell'uomo: l'intelligenza.

A quei tempi c'era (e in parte c'è ancora) una forte tendenza a identificare l'intelligenza con i suoi aspetti razionali, anzi simbolici e di calcolo, e questa identificazione, cui aveva contribuito potentemente il calcolatore, aveva a sua volta rafforzato la convinzione che l'informatica fosse la tecnologia giusta per costruire, dopo tante ingenuità, modelli della mente che fossero corretti e collaudabili.

... modelli della mente...

Era il compimento di un lunghissimo percorso, che dalla costruzione ampiamente metaforica, letteraria e leggendaria del Golem, giungeva, attraverso i mirabili e delicati automi, fino ai computer, che si ritenevano capaci di riprodurre le funzioni nobili della mente.

In quella prima fase, l'intelligenza artificiale assunse dunque un carattere funzionalistico: si trattava di descrivere le funzioni della mente mediante algoritmi, cioè successioni di istruzioni elementari, e di trasferire questi algoritmi in un computer. Eseguendo gli algoritmi della mente, il computer si sarebbe comportato come una mente, anzi sarebbe stato una mente.

Insomma dal Golem, riproduzione perfetta, ma immaginaria, di un uomo, si era passati alla riproduzione, non ancora perfetta, ma perfettibile e concreta, di una mente, cioè del carattere più specifico e distintivo dell'uomo.

Dei limiti dell'intelligenza artificiale funzionalistica si sarebbero resi conto, dopo i primi lusinghieri successi, anche gli entusiasti più ferventi, quando l'impostazione razionale algoritmica s'impantanò nelle paludi del senso comune e dell'azione quotidiana mediata dal corpo...

Allora perché non (rap)presentare tutto ciò in un dramma - agli umani interessano solo i drammi - da mettere in scena, per esempio, a Trieste il 4 e 5 maggio 1999 e da intitolare per esempio,
Il cervello nudo?



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mise en page: 
pmusarra

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