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Il cervello nudo
di
Giuseppe O. Longo

Strane cose accadono nel cervello del professor Arcularis.

... strane cose...

Colpito da una misteriosa malattia che gli procura accessi dolorosi e insieme una visione totale e minuziosa delle coste, delle isole e dei golfi del Mediterraneo, Arcularis è rinchiuso nella Casa di cura del dottor Krajlevic, che esegue su di lui crudeli esperimenti medici.

Nella casa vive anche, in una sorta di clausura, la figlia del professore, Marion: ma non può vedere il padre per un divieto che ha radici in un passato d'amore e d'ingenuità.

Mentre a poco a poco i personaggi si disvelano, come in una galleria di specchi affacciati gli interrogativi si moltiplicano.

Perché si è ammalato Arcularis?

E' stato forse il suo genio a perderlo, quel genio che anni prima gli aveva consentito di costruire macchine cibernetiche dove albergava una scintilla d'intelligenza e un lago di dolore?

Nei suoi vaneggiamenti notturni Arcularis trae conforto solo dalla voce grigia e bionda che trasmette alla radio gli avvisi ai naviganti, placando il bimbo tenero e impaurito che il professore è diventato per sfuggire al tormento dei ricordi.

* * *

Arcularis - E' come se avessi nel cervello uno strumento da taglio affilatissimo, un frammento di lametta o un piccolo bisturi, guidato da mano invisibile ma esperta, che mi separa delicatamente l'una dall'altra le fibre cerebrali... e soffro, soffro terribilmente...

... soffro terribilmente...

E' strano, questa malattia mi raffina i sensi... la vista, l'olfatto, l'udito diventano lunghi e sottili, vedo i golfi, gli estuari a perdita d'occhio, vedo le anfrattuose scogliere e le lucide spiagge sotto la luna, fino alle coste dell'Africa biancheggianti...
No, non è la febbre... io vedo... col mio sguardo lenticolare e sfaccettato vedo Pantelleria, la Sirte... e poi le coste frastagliate del Peloponneso e Naxos e Rodi, fino ai contrafforti di Cipro laggiù, e da quest'altra parte la Corsica e la Sardegna punteggiate di fari insonni e di boe luminose... e poi... sento tutti i suoni, i rumori... l'ansito dei battelli e dei piroscafi, come ogni notte il mare è solcato da instancabili rimorchiatori e bastimenti e pescherecci... e poi... il ticchettìo nervoso del telegrafo che nel silenzio notturno si sovrappone in filigrana all'ansito delle macchine pulsanti dentro il ferreo ventre delle navi...

* * *

In quello strano castello di Atlante che è la Casa di cura protesa sul mare, lo spettatore si smarrisce e non sa più se tutto accada dentro il cervello nudo di Arcularis pieno di lucide visioni o dentro la propria mente, attinta dalla sottile follia del vecchio inventore.

Il tormento degli uomini si unisce all'irrimediabile tristezza degli animali, i nostri compagni di viaggio, che nell'avventura dell'evoluzione saranno forse sostituiti da macchine altrettanto inconsapevoli e dolenti.

... inconsapevoli e dolenti...

Così la prometeica impresa dell'intelligenza artificiale s'intreccia con le passioni e gli slanci degli esseri umani, usciti dall'ombra della preistoria per narrare e narrarsi il dramma di essere abbastanza sensibili e intelligenti da capire di non esserlo abbastanza.

Aneliamo all'onnipotenza degli dèi, ma essi volgono altrove i loro occhi imperturbati e fissano orizzonti lontani.

Quale futuro è riservato all'uomo, a questa creatura del desiderio, che vorrebbe spiccare il volo verso altri mondi, per conquistare un destino di sapienza infinita, d'immortalità?

Alla fine del dramma uno dei personaggi, il giornalista Bonaldo, racconta a Marion un sogno...

* * *

Bonaldo - ... sognavo... una creatura alata, un'immensa crisalide d'acciaio e di titanio, lucente, catafratta, che puntava verso mondi sconosciuti.
Nel suo corpo si annidavano come minuscole uova, a migliaia, gli esseri umani, ciascuno racchiuso in un sarcofago di vetro, immerso nel sonno dei secoli, un sonno da cui ognuno si sarebbe destato pronto a dare il suo sangue e il suo sperma per costruire una nuova razza, una razza incorruttibile, forse immortale...

* * *

Vogliamo trasformarci in macchine (volo di semidèi) perché sappiamo che l'umanità sta per morire.

Che effetto fa svegliarsi una mattina e vedersi trasformati in un enorme insetto, in una macchina, in un simbionte di carbonio e silicio, in un ciborg luccicante e oliato, in una pietra caduta da Plutone?

(continua)



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mise en page: 
pmusarra

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