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Mestieri da donna
Le italiane al lavoro tra ‘800 e ‘900

Le professoresse

di
Angela Frulli Antioccheno

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dal Corriere dei Piccoli, Archivio Musarra


I primi anni dello Stato italiano si caratterizzarono per la mancanza di insegnanti di scuola secondaria. Il problema non venne facilmente risolto poiché, se le Università garantivano un numero crescente di laureati, aumentava la popolazione scolastica secondaria, che finiva per assorbire i pochi laureati disponibili. La professione, inoltre, non offriva molte attrattive, sia per lo stipendio, inferiore rispetto ad altri impieghi statali, sia per la prospettiva di una destinazione lontana da casa (furono soprattutto gli insegnanti settentrionali ad essere inviati lontano da casa ed inviati spesso al Sud, scontrandosi con una realtà diametralmente opposta alla loro e a quanto avevano studiato).

dal Corriere dei Piccoli, Archivio Musarra


L’accesso all’insegnamento secondario per le donne poteva avvenire solamente tramite l’Istituto Superiore Magistrale Femminile creato per formare insegnanti per le scuole femminili, normali superiori ed inferiori.

In seguito, attraverso la frequenza all’Università ed il raggiungimento di lauree che consentivano uno sbocco professionale concreto (poiché l’iscrizione agli albi professionali appariva difficilmente ottenibile), le donne disposero di un titolo di studio che le ammetteva all’insegnamento, ed esse poterono diventare insegnanti nelle scuole secondarie (per le donne era tuttavia discussa la necessità di una laurea per sostituire gli insegnanti maschi, laureati, nelle secondarie).

La legge Sonnino - Boselli del 1906 (Legge 08/04/1906) aveva istituito il nuovo stato giuridico dell’insegnante secondario prevedendo l’obbligo inderogabile del concorso pubblico per l’assunzione e la laurea come requisito preliminare. La legge aveva usato il genere maschile, creando ambiguità sulla possibilità per le donne di accedere anche all’insegnamento nelle classi maschili. Con i regolamenti del 1908 e del 1910 allora si vietò espressamente alle donne di insegnare nelle classi miste, prevedendo professoresse donne solo nelle classi femminili.

dal Corriere dei Piccoli, Archivio Musarra


Nel 1900 solo cinque donne insegnavano nelle scuole maschili secondarie italiane; erano professoresse di lingue straniere nelle scuole situate al Centro - Nord del paese.

La situazione fu paradossale ed ingiusta poiché le laureate ottenevano nelle graduatorie ottimi piazzamenti, migliori di quelli dei colleghi uomini, ma poi non potevano insegnare, visto che la loro assunzione era prevista solo nelle classi femminili; classi che, nonostante la crescente scolarizzazione delle ragazze, tendevano a diminuire poiché in quegli anni le autorità scolastiche privilegiavano le sezioni miste.

dal Corriere dei Piccoli, Archivio Musarra


Nonostante le battaglie (il Congresso di Napoli della Federazione nazionale tra gli insegnanti della scuola media del 1907 approvò un ordine del giorno per l’abolizione delle sezioni femminili degli istituti tecnici e classici e per la necessità che “nell’ammissione all’insegnamento in ogni ordine di scuole si tenga conto solo dei titoli e del merito, astrazione facendo del sesso”) e nonostante i timori che le professoresse portassero via i posti agli uomini, solo con la I^ guerra mondiale si pose fine alla ghettizzazione delle professoresse nelle scuole femminili, chiamandole a sostituire gli uomini che erano al fronte.

A partire però dal 1923, con la riforma Gentile, la loro presenza fu nuovamente ridimensionata; escluse dall’insegnamento nei licei e dalle direzioni scolastiche, esse saranno chiaramente osteggiate nel fascismo.

dal Corriere dei Piccoli, Archivio Musarra


Nel 1913, primo anno in cui furono realizzate analisi distinte per sesso (vedi E. DE FORT, Gli insegnanti in G. CIVES, La scuola italiana dall’Unità ai nostri giorni, La Nuova Italia, Firenze, 1990, pagg.237 e ss.) le professoresse costituivano il 24% del totale e la percentuale negli anni crebbe costantemente (nel 1920-21 erano 7.133 su 20.742 pari al 34.4%), anche se esse vennero collocate in una posizione subalterna nell’ambito della gerarchia insegnante (poche erano ordinarie, spesso straordinarie, incaricate o supplenti) e l’avanzata fu lentissima. I vertici della carriera si potevano ottenere negli Istituti universitari di Magistero.

Il profilo socioeconomico delle prime professoresse rivela che esse appartenevano a famiglie di ceto medio o elevato, erano di classe sociale superiore a quello delle normaliste, compivano studi più approfonditi e accedevano all’insegnamento appunto dopo aver conseguito una laurea.

dal Corriere dei Piccoli, Archivio Musarra


In particolare, appartenevano a famiglie non numerose, erano spesso figlie uniche o primogenite, condizioni che favorivano la scelta dei genitori verso un corso di studi più lungo e costoso, spesso erano sostenute da figure maschili: il padre, un fratello, uno zio, meno dalle madri che non comprendevano né favorivano la loro scelta. Erano, inoltre, cresciute in città particolarmente sensibili alle questioni dell’educazione: il Piemonte e la Lombardia con i loro maggiori centri.

L’attività era ritenuta dignitosa per una donna, anche di ceto sociale medio alto, in quanto compatibile con i tradizionali impegni femminili e favorevole alle donne poiché la concorrenza maschile non era eccessiva.

Le professoresse erano animate da una forte determinazione individuale e da vivo desiderio di ascesa sociale

dal Corriere dei Piccoli, Archivio Musarra


Vivevano una realtà meno dura delle maestre poiché non rischiavano trasferte lontane in villaggi sperduti, né il contatto con i figli dei ceti popolari e percepivano, infine, stipendi più elevati. Spesso, comunque, dovevano viaggiare, talvolta accompagnate dalla madre, allontanarsi da casa e vivere da sole poiché il primo incarico era di regola in un'altra regione, come testimoniano le vicende di Paolina Tacchi, una delle prime professoresse italiane che, laureatasi nel 1895 alla Normale Superiore di Pisa, fu trasferita a Petralia Sottana nelle Madonie, poi a Lecce ed infine a Livorno.

dal Corriere dei Piccoli 1915, Archivio Musarra


La prima vincitrice di un concorso per licei fu, invece, Sara Treves che insegnerà dal 1910 in un liceo di Asti, come straordinaria di letteratura italiana.

Si ricorda, comunque, che la prima laureata in lettere nell’Italia post unitaria fu nel 1875 a Napoli Enrichetta Girardi.

immagini elaborate: Corriere dei Piccoli 1910-1915, Archivio Musarra

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Paola Musarra
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