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Mestieri da donna
Le italiane al lavoro tra ‘800 e ‘900

di
Angela Frulli Antioccheno

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I lavori scomparsi:
le trecciaiole


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Archivio Musarra: trecciaiole


La lavorazione della paglia era un’arte antica, dapprima piuttosto rozza, diffusa soprattutto in Toscana e che portava alla creazione di cappelli di paglia.

I navicellai che trasportavano carichi di merci fra Firenze e Pisa portavano talvolta a Livorno questi primi cappelli e riuscivano a venderli ai tanti forestieri che capitavano in quel porto e che apprezzavano questo prodotto più che altro per l'ingegnosa maniera della sua intrecciatura.

Nei primi decenni del ‘700 alcuni imprenditori intuirono l’esistenza di un mercato nel settore e compresero, che per meglio conquistarlo, occorreva un prodotto migliore rispetto a quello sino allora realizzato con la normale paglia grossolana, che rimaneva dopo la mietitura. Essi cominciarono, quindi, ad utilizzare una materia più fine e raffinata, ad impiegare un filo candido, dal colore uniforme, fine e flessibile, ottenuto coltivando un particolare tipo di frumento, il grano marzuolo, nelle ideali condizioni climatiche della piana signese (Firenze). Questa pianta, seminata fittamente e sradicata dal terreno prima che il frutto giungesse a maturazione, dava uno stelo particolarmente idoneo alla lavorazione e adatto alla realizzazione di trecce pregiatissime, con cui furono confezionati cappelli di paglia, particolarmente belli ed eleganti.

La navigabilità del Bisenzio e, successivamente, dell’Arno fino al mare stimolarono lo sfruttamento commerciale di questa risorsa del territorio e favorirono l’esportazione in tutto il mondo dei manufatti.

Ebbe così inizio una vera e propria industria della fabbricazione dei cappelli di paglia, che portò grande ricchezza nella zona, attraverso l’esportazione del prodotto nei mercati esteri di Parigi, Londra, New York, Berlino, Vienna, ma anche Il Cairo, Malta, Messico, Costantinopoli, ecc.. Il cappello di paglia fiorentina, infatti, fra la seconda metà del settecento ed i primi decenni del secolo appena concluso, accompagnò le mode, tanto che canotti, monachine, cappotte, bastardelli o cloche cingevano le teste coronate d’Europa non meno di quelle dei ceti meno abbienti o della borghesia.

Questo trend positivo venne a cessare solamente per vicende economiche e belliche e diversi orientamenti della moda; si ebbe, di conseguenza, un notevole declino dell’area anche se ancora oggi, continuano ad operare nel comprensorio toscano alcune aziende del ramo, che si caratterizzano per una produzione artigianale e tipica.

Gli occupati nel settore, negli anni d’oro, furono stimati dagli 80.000 ai 100.000 (a seconda delle fonti), costituiti, per la massima parte, dalle cosiddette “trecciaiole”, ovvero da donne che, con particolare maestria, riuscivano ad intessere una certa lunghezza di treccia. Le trecciaiole erano localizzate essenzialmente nell’area fiorentina e avevano la loro capitale nella cittadina di Signa, dove si era costituito un vero e proprio piccolo impero, con lavoranti non solo toscane, e dove la coltivazione del grano da paglia da intreccio occupò un terzo della superficie coltivabile; propaggini delle coltivazioni si ebbero comunque in Romagna (Monghidoro), nelle Marche (Montappone e Falerone) e addirittura nel Veneto a Marostica. Il censimento del 1901 previde una voce autonoma per registrare gli operai fabbricanti di trecce di paglia e trucioli, distinguendoli anche in funzione del luogo ove svolgevano l’attività: in un locale del datore di lavoro o nel proprio domicilio. Si evidenziò, pertanto, che contro 3.920 uomini presenti negli opifici, esistevano 19.880 donne, mentre coloro che lavoravano a domicilio erano 560 uomini, contro 5.501 donne (Relazione generale del censimento al 10/02/1901 cit., pag.LCV).

Materia umilissima, la paglia veniva raccolta e preparata dai contadini per poi essere addomesticata dalle trecciaiole. Queste, contadine o pigionali, tra la piana del Bisenzio, Carmignano, il pistoiese, l’Impruneta, su fino al pratese, con rara maestria e grande manualità producevano giornalmente metri e metri di trecce fantasia o a stuoia da 3 a 13 fili, successivamente impiegate fondamentalmente per la produzione di cappelli. Il commercio che ne derivava arricchì l’economia di tutta la regione, che già ai primi dell’Ottocento destinava un terzo della superficie coltivabile a questa coltura, arrivando a produrre 142 milioni di cappelli all'anno.

Le condizioni di vita delle trecciaiole erano drammatiche, esse imparavano sin dall’infanzia a intrecciare maglina e coburgo, dalle loro versatili mani uscivano intrecci delicati come merletti, che costituivano le paglie di Firenze amate dalle signore romantiche di fine secolo, o i modelli più sofisticati e funzionali per donna e per uomo (i morbidi panama alla D'Annunzio, le rigide pagliette o "canotti" dei cabarettisti alla Spadaro o alla Maurice Chevalier), ma esse venivano pagate a cottimo e per reagire alla grave contrazione dei compensi che venivano versati, anche in seguito alla serrata concorrenza dei paesi dell’Estremo Oriente, esse posero in atto agitazioni e scioperi. Memorabile in proposito, fu il loro sciopero del maggio 1896. Il 15 maggio 1896 una cinquantina di trecciaiole incrociarono le braccia nei paesi del circondario di Signa e assaltarono i carretti dei fattorini che speculavano nel prodotto alla consegna ai negozianti. La Camera del Lavoro ritenne che attraverso la costituzione di cooperative di lavoro fosse possibile eliminare il profitto degli intermediari e all’inizio di giugno, le lavoratrici, nonostante gli arresti e l’opposizione del prefetto, riuscirono a creare le prime cooperative di trecciaiole. Queste ottennero il sostegno dei socialisti della regione e il favore dell’opinione pubblica (P. VILLARI, "Le trecciaiole", in Nuova Antologia, 01 agosto 1896, pagg.393-410, evidenziò l’audacia insolente dimostrata dalle donne), ed esercitarono un’enorme influenza sul movimento operaio. Nell’agosto del 1896 una Commissione d’inchiesta governativa (MAIC, Divisione industria e commercio, Annali dell’Industria e del Commercio, 1896) contò 17 cooperative con oltre 10.000 socie che però non sopravvissero a lungo in seguito all’opposizione dei fattorini e negozianti con le loro violazioni di prezzo e per la politica del Governo antisocialista., mentre risale a due anni dopo, nel 1898, la decisione delle trecciaiole di organizzarsi in sindacato.

Per non dimenticare quest’arte dell’intreccio e per cercare di avvicinare le giovani generazioni alla tradizione della paglia, la Provincia di Firenze ha istituito ai giorni nostri dei corsi per cucitori di cappelli presso un centro di formazione professionale (Centro di Formazione Professionale di San Colombano), mentre a Signa è stato fondato il Museo della Paglia e dell'Intreccio “Domenico Michelacci”. Le pagine del sito internet del Museo www.museopaglia.it descrivono le fasi per la coltivazione e preparazione della paglia da intreccio, i tipi di trecce che venivano create e dei cappelli ideati, inoltre contengono una breve storia di Signa e della paglia.
Il Museo raccoglie una documentazione scritta e fotografica dell’epoca, nonché strumenti per la raccolta e la lavorazione della paglia e creazioni ottenute con la stessa: cappelli di paglia dalle fogge e dalle dimensioni più varie.

Archivio Musarra




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mise en page:
Paola Musarra
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