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Mestieri da donna
Le italiane al lavoro tra ‘800 e ‘900

di
Angela Frulli Antioccheno

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I lavori scomparsi:
bustaie, passamantiere, ombrellaie


Numerosi sono i lavori svolti da donne e uomini, che sono scomparsi, attività che ora non esistono più e che lasciarono traccia nella letteratura e nelle cronache dell’epoca, nonché nei censimenti (in parte già considerati) che le indicavano e registravano minuziosamente. Tra questi, sono già stati delineati i profili di balie e mondine, ma molti altri furono i mestieri svolti dalle donne.

Archivio Musarra: trecce di paglia
... trecce di paglia...


Crestaie, merlettaie, lavandaie, fabbricanti di trecce di paglia e trucioli, sorbettiere, bustaie, impiraresse: questi sono alcuni tra i lavori che le donne svolsero e che sono scomparsi, cancellati dal cambiamento di mode e del costume, dal mutare dei tempi e dei gusti, dall’industrializzazione, dalla fretta e dall’urgenza dei tempi moderni.

Al venir meno delle opportunità di lavoro ad essi connessi, le donne che li esercitavano, con la flessibilità che le caratterizza, si trasferirono in altri settori, oppure continuarono a svolgerli per una limitata domanda, fino alla morte, senza trovare successori a cui trasmettere conoscenze, arte, saperi, pratiche.

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Il maggior numero di lavori scomparsi effettuati da donne si può individuare nel settore dell’abbigliamento e nel piccolo arredamento.

Il comparto della moda fu, ed è tuttora, uno dei comparti più volubili. Esso conobbe, a partire da metà Ottocento, un notevole impulso causato dall’aumento dei consumi soprattutto nelle città e tra i ceti aristocratici e borghesi.

Il lavoro del cucito, connesso ad un’antica abilità femminile, quella del rammendo, fu caratterizzato, quindi, da una notevolissima espansione e diffusione, poiché ritenuto adatto alle donne, e numerose, dunque, furono le ragazze che si dedicarono a questa attività, anche come alternativa al lavoro domestico.

Il settore, inoltre, in seguito al processo di industrializzazione si caratterizzò per un’evoluzione che ruppe con la tradizione precedente dell’antico e qualificato mestiere del sarto (al maschile) facendone un mondo a sé stante e ponendo le basi per la sua futura struttura stagionale ed effimera.

Archivio Musarra: l'angolo della moda


La produzione, inoltre, divenuta industriale con prezzi conseguentemente alla portata di tutti, incentivò, a sua volta, i consumi e la domanda, che fecero a loro volta crescere i posti di lavoro nel settore e nel suo indotto in maniera esponenziale.

Oltre al lavoro di sarta, che è stato in precedenza descritto, le donne di fine secolo potevano esercitare anche altri mestieri connessi al fashion, molti dei quali ora appunto non esistono più. L’industrializzazione e la divisione del lavoro, inoltre, avevano creato una serie di mansioni parziali e dequalificate che le donne occuparono velocemente, ma che ugualmente in maniera rapida, quando il gusto non le richiese più, sparirono. Tra questi ricordiamo la modista, l’orlatrice, la guantaia, l’ombrellaia, la passamantiera, ma anche la lavoratrice addetta alla creazione di soli polsini o colletti o occhielli, ecc.

Archivio Musarra: colletto


L’attività nel settore generalmente iniziava come piscinina o piccinina, bambina o giovinetta (dagli otto ai sedici anni), che aiutava la sarta o la modista o la camiciaia, ecc. e che “recava le compere o gli indumenti stirati alle clienti, in una tipica cesta a fondo piatto rivestita talora d’incerato, o di tela” (C.E. GADDA, L’Adalgisa, Einaudi, Torino, 1963, pagg.244 e 277) per poi passare al lavoro vero e proprio che conosceva gerarchie di carattere sociale ed economico, ma che comunque comportava povertà e marginaltà.

Uno tra i mestieri più poveri, ed alla base della piramide sociale del comparto, era quello della frangiaia. Alcune donne, infatti, erano adibite alla realizzazione delle frange di sciarpe o scialli, o dei fiocchetti per i bordi di tende ed articoli di tappezzeria. Questo lavoro era considerato il più misero fra tutti, poiché non richiedeva conoscenze particolari né comportava l’uso o l’acquisto di strumenti di lavoro costosi; originava, però, un forte sfruttamento del lavoro delle donne che, a domicilio, per lunghe ore, spesso notturne, confezionavano faticosamente in telai detti “telaroni” articoli di passamaneria per divise militari (galloni e passamani), per orlature di abiti preziosi (spighette e trecce), per le scarpe che i calzolai completavano (frange e fettucce elastiche) e per mobili ed arredamento (bordi e cordoncini).

Ad un livello più elevato si situavano le cravattaie o le ombrellaie che lavoravano al telaio a mano o al telaio jacquard, che permetteva la creazione di tessuti di seta o di lana e seta per la produzione di cravatte o del rivestimento degli ombrellini da sole secondo il gusto e le direttive della moda di fine Ottocento

Archivio Musarra: telaio
Antico telaio


Seguivano, nella piramide, le lavoranti di nastri di seta, articolo di lusso per i ceti borghesi ed aristocratici (l’industria dei nastri, attività ricca ed alimentata dalle tendenze della moda, era in origine in mani maschili con lavoratori organizzati in associazioni e contrari all’ingresso delle donne nel settore; essi non riuscirono, però, ad allontanare la manodopera femminile anche nel lavoro di tessitura e nel 1896 si ebbe anche l’ingresso delle donne nella Lega di tutela dei lavoratori), e poi le modiste o lavoratrici in bianco che confezionavano capi di biancheria, busti, sottovesti

Al vertice, infine, si situavano le sarte, che cucivano un abito intero ed erano ad un grado socialmente più elevato ed economicamente stavano meglio poiché non dipendevano da terzi, ma lavoravano in proprio.

Accanto, comunque, ai mestieri citati ve ne erano altri occupati da donne, quali le guantaie, le calzaturiere e le produttrici di altri articoli di pelletteria, quelle che con gli aghi facevano calze di seta di torciglia, ecc., lavori sempre tra i più umili e scarsamente pagati.

Altro segno del livello sociale era la distinzione tra il cucire a mano e a macchina, poiché l’introduzione di questo strumento aveva comportato un deprezzamento del valore del lavoro manuale.

Archivio Musarra: la macchina da cucire


La maggioranza di queste donne lavorava nel proprio domicilio in abitazioni vecchie e malsane, spesso a cottimo con perdite di salario se la produttività non era quella prevista dal datore di lavoro. La giornata lavorativa, inoltre, non era continua poiché, lavorando in casa, la cucitrice era sottoposta ad ogni tipo di interruzione (faccende domestiche, cura dei figli, ecc.) e per reggere lo standard di produzione previsto essa era costretta a lavorare di notte, o si faceva aiutare dalle bambine che aveva, tracciando per le stesse un futuro spesso di miseria e minato nel fisico da tisi e tubercolosi.

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Nel giro di pochi anni, però, la fabbrica assorbì con il lavoro in serie una grande quantità di manodopera femminile riducendo al minimo il lavoro in proprio ed il lavoro a domicilio, che rimasero in alcuni particolari rami di attività (vedi S. ORTAGGI CAMMAROSANO, "Continuità e mutamenti nelle forme del lavoro femminile tra XIX e XX secolo" in AAVV, a cura di M. ANTONIOLI, M. BERGAMASCHI, L. GANAPINI, Milano operaia dall’800 a oggi, 1993, Laterza, Milano, pag. 47.): biancheria, maglieria, calzature.

Esisteva, comunque, un largo strato della popolazione femminile inserito ufficialmente nella categoria delle “massaie” che, in realtà, a domicilio, in modo saltuario e discontinuo, continuava a lavorare di cucito senza tutela e con guadagni da fame.

Per contrastare questa misera realtà, le donne cominciarono ad organizzarsi. Risale al 1883 la fondazione a Milano del primo sindacato femminile di categoria, quello delle orlatrici (ad opera di Paolina Schiff, una delle prime docenti universitarie del Regno), cui seguì quello delle lavoranti in nastri; un’organizzazione di cravattaie e lavoranti di tessuti elastici si ebbe nel 1892, mentre è del 1863 la costituzione, a Torino, di un’Associazione di miglioramento tra sarte, modiste e cucitrici in biancheria, che diede vita ad un esperimento cooperativo (l’associazione e la sua organizzazione è descritta compiutamente in A. GIGLI MARCHETTI, Associazioni operaie e associazioni femminili alle origini delle ideologie cooperative, in AAVV, L’audacia insolente: la cooperazione femminile 1886-1986, Marsilio, Venezia, 1986, pag.32 e ss.).

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Paola Musarra
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