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Mestieri da donna
Le italiane al lavoro tra ‘800 e ‘900

Le professioni sanitarie
Le donne medico

di
Angela Frulli Antioccheno

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La prima (Ernestina Paper, 1877, Università di Firenze, nata ad Odessa) e la seconda (Maria Farnè Velleda, 1878, Università di Torino) laurea femminile dell’800 del Regno d’Italia furono in medicina.

La motivazione di questa scelta, nelle giovani dottoresse, non era da ricercarsi in una loro naturale predisposizione verso le sofferenze degli ammalati, bensì per l’esistenza di minori resistenze maschili verso l’esercizio, da parte della donna, di alcuni rami della medicina, quali pediatria e ginecologia.
La prima perché appariva come un’estensione delle cure materne, la seconda perché si riteneva opportuno e conveniente che la donna fosse curata, per certe patologie, da una donna, mettendo i suoi familiari (mariti, in primis, e genitori) e la paziente stessa, lontano da timori e disagi.

Queste considerazioni agevolarono e resero accettabili gli studi medici delle donne, nonostante l’opposizione di coloro che ritenevano il loro cervello troppo piccolo, quindi inadatto per studi scientifici, e troppo alta la loro emotività per reggere la vista del sangue.

Per svolgere la professione medica, ottenuto il diploma di laurea, non era necessaria l’iscrizione ad un ordine professionale, bastava trasmettere al Comune, sul cui territorio si intendeva aprire lo studio, la certificazione della regolarità del titolo conseguito, rilasciata dalla Università, ed il Comune si limitava ad una semplice presa d’atto.

Archivio Musarra


La prima dottoressa italiana, Ernestina Paper poté così aprire uno studio medico a Firenze nel 1878, per la cura delle donne e dei bambini e, nel 1886, ottenere un incarico pubblico poiché la Direzione compartimentale dei telegrafi di Firenze le affidò il compito di effettuare le visite mediche al proprio personale dipendente di sesso femminile.

In realtà, le cose non erano così facili e, come affermò un’altra laureata in medicina (Aldina Francolini, laureata in medicina a Firenze nel 1889), prima della laurea le donne dovevano affrontare scherzi ed allusioni pesanti da parte degli studenti maschi, e, successivamente, incontrare “una contrarietà strana, una riluttanza inesplicabile, una sfiducia direi quasi insultante” da parte della gente, nonché l’irritazione dei colleghi che “ponevano ostacoli in tutti i modi, con tutti i mezzi più o meno leali e dignitosi” (A. FRANCOLINI, Come diventai dottoressa, in Cordelia, XXII, n.8, 07 dicembre 1902, pag.94).

Maggiori difficoltà incontravano le dottoresse che volevano entrare negli ospedali pubblici e Anna Kuliscioff, ad esempio, laureatasi a Napoli nel 1885 in medicina, dopo una specializzazione a Torino, malgrado gli appoggi autorevoli di cui poteva vantarsi, si sentì rispondere che certo non si poteva impedire alle donne, ottenuta la laurea, di entrare negli ospedali, ma esistevano altre ragioni “d’ordine e responsabilità” che le potevano limitare, in questo caso la nomea di socialista che la ragazza portava.

Se, quindi, le dottoresse non incontrarono particolari ostacoli di natura giuridica nell’esercizio della professione, in realtà non trovarono poi nemmeno un’accoglienza calorosa nelle specializzazioni a loro più consone e le amministrazioni degli ospedali furono recalcitranti ad ammettere donne nel corpo sanitario.

I colleghi uomini, d’altro lato, evidenziavano con piacere come nessuna donna avesse raggiunto un posto eminente nella disciplina e che la donna medico non avrebbe “mai esercitato convenientemente la medicina in campagna” e neppure avrebbe potuto “levarsi troppo in alto in città” (G. UGHETTI, docente universitario alla facoltà di medicina dell’Università di Messina, in Medici e clienti, Libreria Alberto Reber, Palermo, 1911, pag.49 e ss.).

Archivio Musarra


Le riviste femminili, invece, sull’argomento si dimostrarono frammentate (Cordelia, Giornale delle Donne, La Donna, Corriere Femminile): vi era chi sosteneva questa scelta e chi criticava lo snaturamento di queste donne, dal sesso incerto.
La tendenza, però, non poteva più essere arrestata.

Agli inizi del nuovo secolo Giuseppina Cattani fu libera docente di patologia generale all’Università di Bologna, Anna Foà assistente al gabinetto di anatomia comparata dell’Università di Roma, Rina Monti libera docente di anatomia e fisiologia comparata dell’Università di Roma.

Nel 1902 a Torino si laureerà la prima donna in farmacia, la Sig.na Zagnago, abbattendo un’altra barriera e dedicandosi a questa professione che si trasformò ben presto in femminile, se già nel 1935 la facoltà di farmacia presentava 1.137 iscritte, contro i 1.594 futuri farmacisti (vedi M. DE GIORGIO, cit., Laterza, Roma, 1992, pag.476).

Nel 1921 fu creata l’Associazione Nazionale italiana delle dottoresse in medicina e chirurgia con scopi associativi, scientifici e di categoria.

Nel 1930 Giuseppina Pastori, assistente in biologia all’Università Cattolica di Roma conquistò la libera docenza in istologia.

Nel 1938 le dottoresse in medicina erano 367 ed esercitavano in strutture ospedaliere, cliniche universitarie e studi privati diffusi anche nelle città di provincia. Molto elevata, comunque, era la presenza di donne medico con cognomi stranieri od ebrei.

Se le prime laureate in medicina risalgono agli anni ottanta del secolo XIX, le infermiere professionali vennero dopo e, per la loro affermazione ed il loro riconoscimento, si dovettero attendere anni.

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Paola Musarra
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