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Un'avventura di Pinokim

A un mercato, in Transilvania

di
Giuseppe Cossuto




Giuseppe Cossuto (Pinokim), traduttore e scrittore, ha già scritto per MeDea, ricordate "Quant'è bella l'Avventura a li Castelli"? Questa volta ci racconta che...
P.M.


Pinokim - foto P.Musarra

Mi capita spesso, oramai alla vecchiaia (mi sento vecchio e carico, con quella convinzione di non poter più fare le cose che ho fatto prima, “in gioventù”) di essere consapevole e forte abbastanza per poter rivedere nomi, cose, animali e città che hanno influito in maniera fondamentale sulla mia vita.

Mi rendo conto che il mondo è cambiato in maniera tale che tutti quelli che girano intorno ai trent'anni, e da lì fino all'età infantile, non possono capire appieno quello che racconto, il che mi pone, volente o nolente, dall'”altra parte” dello spartiacque dell'età, tra “vecchi” e “giovani” e, ahimè, nella categoria dei primi. Mi situa con quelli che scrivevano lettere su carta, che dovevano raccomandarsi al dio dei ferrovieri per sapere un orario, o perdere addirittura settimane per trovare un libro in qualche biblioteca situata chissà dove, quasi a tentoni, o per sentito dire. Per non parlare del “viaggio lontano”, con una guida cartacea di Viterbo o Ferrara, come di un posto qualsiasi all'estero, che non fosse la nobilissima “Guida Blu” francese degli Anni '30 del trisnonno di Varese (per chi ha avuto la fortuna di avere trisnonni colti e letterati e famiglie poco numerose).

Il passato recente, o meglio l'imperfetto recente, di una ventina di anni fa diviene quindi molto simile al “C'era una volta” delle fiabe, che aspetta un futuro e moderno Vladimir Propp per schematizzarlo e dargli una realistica forma di dignità e di verità, togliendo però tutta la parte avventurosa, fantastica e magica.

A mo' di Propp, quindi, vado ad analizzarmi (non da uno psichiatra, sennò impazzisce, ché gli schemi mentali di un “avventuriero”, ovvero di chi cerca(va) l'”avventura” non sono quelli di un sedentario, e hai voglia a cercare di schematizzare l'esigenza d'inquietudine e la volontà di scoperta... è tutto un altro mondo!) - vado ad analizzarmi, dicevo, il passato imperfetto della mia fiaba personale, della quale sono lo sfigatissimo eroe (senza soldi e senza cavallo).

Lo schema generale è questo, e non ci piove:

  1. Equilibrio iniziale (esordio);
  2. Rottura dell'equilibrio iniziale (movente o complicazione);
  3. Peripezie dell'eroe;
  4. Ristabilimento dell'equilibrio (conclusione).

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1. Equilibrio iniziale (esordio).
C'era una volta un quasi ventenne di una provincia sfigata e nebbiosa, che di mestiere scaricava le casse al mercato, più varie ed eventuali, e voleva uscire fuori dalla sua condizione sia perché aveva voglia di vedere il mondo, sia perché sennò che si campa a fare? Credeva di poterlo fare studiando e lavorando, perché era una persona onesta e corretta, e non gli andava proprio giù di stare sempre sotto. Ma non si era reso conto di una cosa, che certe cose si capiscono solo quando le hai vissute: che non esiste legge e non esiste giustizia per i poveri, a meno che non decidano di starsene belli belli al loro posto e, soprattutto, zitti zitti, a chiedere per favore quello che dovrebbe spettare loro di diritto. Mai far vedere, a uno che studia la poesia, che tu sei un poeta, perché la meschinità umana ha stabilito, dai tempi dei tempi, dei codici comportamentali difficilmente mutabili. Ma lui a quell'epoca ancora non lo poteva sapere e, se glielo avessero detto, avrebbe fatto orecchie da mercante.

2. Rottura dell'equilibrio iniziale (movente o complicazione).
Il movente fu egli stesso, ovvero la necessità profonda del suo essere di muoversi. Oltre all'impossibilità di pagare ulteriormente un affitto minimo nella poco appetibile Via del Mandrione a Roma. E alla necessità di approfittare di una borsa - che nessuno voleva - di studio verso l'allora ignota Transilvania e per la quale non c'erano, appunto, altri candidati.

3. Peripezie dell'eroe.
Inizia così la terza fase, per arrivare dove non si sa, a parte in “Transilvania” e in Romania”, in un'epoca dove, appunto, ancora si confondeva questo territorio con indistinte “Ungherie” e “Slavie”, dove però parlavano una “lingua latina”... ed era la patria dell'atleta Nadia Comaneci.

Come guida cartacea sugli usi e costumi il ragazzo sapeva che il Dracula di Bram Stoker, il personaggio più famoso di quelle parti, era del tutto inutile, ma se lo mise ugualmente nello zaino (almeno c'erano scritti dei toponimi!), dove trovarono posto anche una sudatissima (e per lui costosissima) guida “verde” del Touring Club e Le Vie dei Canti di Chatwin, uscito in italiano un paio di anni prima. Ma nello zaino non trovò posto alcun dizionario, dato che non si trovava, o forse non c'era proprio.

Le peripezie, in un Paese devastato, difficile e magnifico furono tantissime, la gente (di ogni stirpe) meravigliosa, ospitale, fiera e disponibile anche nella povertà.

Cibo non si trovava, ma quel poco che c'era, acquisito dopo lunghissime ore di fila, veniva offerto, anche allo sconosciuto.

C'erano i cattivi, anche, ed erano cattivi veramente, e stavano quasi sempre dietro una scrivania a mettere timbri, e sembrava avessero il potere di vita e di morte su chi si trovava loro di fronte.

Per telefonare bisognava andare in certi centri, inoltrare una domanda e aspettare, ore e ore. E così un po' per tutto: attese su attese, richieste su richieste, fino a farti passare la voglia di fare qualsiasi cosa.

Capitò un giorno che l'eroe di questo raccontino venne invitato, con risolini e facili allusioni, al “Mercato delle Galline” o, più esattamente al "Târgul de fete de la Gaina", ovvero al “Mercato delle Ragazze della Gallina”.

immagine elaborata

E così si partì per questa festa-mercato, dove belle contadinotte, sia giovincelle che navigate, si mettevano in esposizione per essere viste, valutate e comprate dagli astanti che, all'epoca, erano altri nerboruti contadini provenienti da varie località dei Monti Apuseni, ovvero “Occidentali”, in senso geografico.

Il “mercato delle galline” si tiene, pare, da diversi secoli in questa località della provincia di Alba Iulia situata a circa 1500 metri d'altezza, in mezzo alle montagne, intorno al giorno di Sant'Elia, che cade il 20 luglio.

Quanta grazia! E quante aspiranti suocere intorno! Non volendo offendere la suscettibilità dei montanari, il nostro eroe confermava che tutte le ragazze in esposizione erano bellissime e sanissime, sfoderando un'abilità diplomatica a lui stesso ignota (di necessità virtù) nel non ingaggiarsi in un Giudizio di Paride che avrebbe potuto avere esiti disastrosi.

Ma le aspiranti suocere non cessavano l'attacco: perché mai era venuto dalla (allora) lontanissima Italia fino al Monte Gallina? Perché parlava il rumeno? Una spia? Uno straniero che poi avrebbe parlato male della loro secolare usanza? Un omosessuale? Le cose si stavano mettendo veramente male.

A quel punto arrivò Lei, la Salvatrice. Portata in mano da un vecchio sbevazzone, entrò nelle viscere e nella testa dell'eroe, gli diede calore, vigore e lo fece stramazzare a terra a dormire fino alla sera. Lei, Nostra Signora Tzuica, bevanda alcolica fermentata in botti di gelso (dud) a base di prugne, ma anche di pere, ciliege e mele. Millenario rimedio per ogni male e soluzione praticamente indolore per sfuggire alle suocere inferocite del Monte Gallina.

immagine elaborata

4. Ristabilimento dell'equilibrio (conclusione).
A questo punto, secondo Propp, ci vorrebbe una conclusione che ristabilisce l'equilibrio. Non fu così, ovvero, la fiaba non finì così, non ci fu una vita futura felice e contenta.

Ma il Monte Gallina c'è ancora, e ancora migliaia di persone ci vanno per sposarsi (o meglio: per cercar moglie o marito!), in una kermesse festosa e allegra, dove si vedono e sentono ancora donne che soffiano nel tulnic (bucium, un lunghissimo corno usato nei Carpazi per dare annunci di diverso tipo che, si dice, suoni bene soltanto se le suonatrici sono vestite in abiti tradizionali).

Solo che ora ci vanno prenotandosi su facebook, contattandosi con i cellulari e, magari, scegliendosi, o essendo stati già scelti dalle suocere, che sono con tutta probabilità le belle montanare di un tempo.

Un tempo, il loro e il mio, oramai irripetibile, situato nelle fiabe e, fino a quando si potrà, nei ricordi.

Per il tulnic vedi:
Vedi anche:

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pmusarra

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