Il confine

di Anna Bernich
Anna a San Pietro


Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 2007 la Slovenia entra definitivamente nell'area di Schengen. Difficilmente si può capire l'importanza di questo passaggio, se si vive lontano dalla zona di confine. Anna Bernich, insegnante, musicista, il confine lo ha vissuto sempre in prima linea, sulla propria pelle.
Ascoltiamola.


"Linea, muro, separazione… Parole diverse che passano nella mente quando si parla di confini. Qualcosa di definitivo, che divide in modo chiaro ciò che siamo da ciò che è altro da noi.
Eppure se si chiudono gli occhi si vede una linea che non è poi così netta, che anzi comincia a serpeggiare, a perdersi, a rendersi a tratti invisibile e a volte ad arrotolarsi su sé stessa. Quello che prima era diviso si mescola, fonde i suoi colori in una tinta indefinita, mobile.
Alcuni sanno benissimo definire i confini del proprio mondo, dire dietro a quale frontiera si sentono a casa. Altre volte, l'identificazione è più difficile o, perlomeno, ricca di sfumature.
Questo perché la frontiera è duplice, ambigua: a volte è un ponte per incontrare l'altro, a volte una barriera che lo respinge. Spesso è la ricerca di inquadrare in uno schema leggibile ciò che è altro da noi, affinché lo si possa identificare chiaramente, dargli un "nome", toglierlo dalla categoria dell'indistinto.
Da ragazzina il mio insegnante di attività corali al Conservatorio mi chiese di accennare un canto per poter capire a che gruppo assegnarmi e, sapendo che venivo dalle Valli del Natisone, mi chiese di farlo nel mio dialetto. Ricordo che cantai con un fil di voce, rossa paonazza, sia per la difficoltà di esibirmi davanti alla classe, sia per una vaga consapevolezza di essere diversa da tutti gli altri, di usare una lingua che fra quelle pareti sconosciute suonava lontanissima, come se provenisse da un altro pianeta. Quello che mi sembrava naturale, tra le mura domestiche, lì diventava "strano", qualcosa da nascondere, senza sapere perché. A quel tempo il confine, il limite, era dentro me stessa.
Questa sensazione è andata modificandosi nel corso degli anni e delle situazioni, passando da una confusa inconsapevolezza ad una conoscenza, ad un orgoglio via via più radicato delle mie origini, in cui l'identità non si è svilita ma si è moltiplicata, ha aumentato il suo potenziale.
Parallelamente anche il mondo fuori di me è cambiato, i confini tra gli stati sono sul punto di cedere definitivamente il passo a un libero scambio di idee, persone, cose.
Ritengo di essere nella condizione fortunata di affondare le mie radici in una cultura antica, peculiare, che invita ad essere conosciuta e riscoperta, e nello stesso tempo di potermi misurare con popoli vicini, scoprendo un mondo che fino a poco tempo fa era "lontanissimo" e che ora può far parte della mia realtà.
Credo fortemente che tutto ciò che ha a che fare con la musica, il teatro, l'arte in genere, sia un canale capace di aprire porte, stringere rapporti, scambiare esperienze senza condizionamenti o sovrastrutture, e in questo modo il confine diventa fluido, la diversità valore.
La ricchezza (che è stata la povertà!) della nostra terra è di essere mista e composita, non solo italiana e non slava, bensì entrambe le cose insieme, quasi una "terra di nessuno" per lo spirito. Vivere spontaneamente la propria identità, speciale proprio perché mista, è il modo migliore per cogliere la ricchezza d'opportunità che la società d'oggi ci può offrire, in termini di possibilità di studio, di lavoro, di progetti artistici e culturali.
Consci di ciò da cui si proviene, si può intraprendere il viaggio nel mondo, arricchiti e cambiati dalle esperienze fatte, ma confermati nella nostra identità.
Si arriva, così, ad un'identità più profonda, né ossessivamente chiusa al mondo né dissolta in una caotica indeterminatezza."

immagini e mise en page:
pmusarra



Gorizia/Nova Gorica - installazione 2004 - foto: P.Musarra