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Donne albanesi in Italia

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Storia di un pregiudizio
di
Paola Musarra

Irene Archilletti (Osservatorio sull'Integrazione e la Multietnicità della Provincia di Frosinone e Interetnica s.c.), dopo aver letto su MeDea Per una nuova immagine delle donne albanesi, mi ha chiesto di partecipare al seminario di approfondimento sulle donne immigrate organizzato dal 2 all'8 marzo 2006.

Sono stata invitata a Pontecorvo, una cittadina di antiche origini situata nei pressi di Cassino, per parlare della mia esperienza personale, quella di una donna che, partita da un bagaglio di vecchie memorie, idee preconcette e stereotipi, pian piano si accosta, seguendo il filo tenue della voce di "altre" donne, ad una cultura sconosciuta, anzi peggio, mal conosciuta: la cultura albanese.

aquila
1. Sedimentazioni

Che cosa sapevo io dell'Albania prima del 2001? Poche cose. Due o tre nomi, qualche immagine, un evento - la guerra - emersi dalle nebbie infantili.

Un nome: Skanderbeg, l'eroe che aveva combattuto contro i Turchi... Un'immagine: il tipico costume maschile albanese, bianco... Un'altra immagine: la foto di un distinto signore: Re Zog.

Re Zog: la guerra fascista lo cacciò via e Vittorio Emanuele III, già Viceré d'Etiopia, si fregiò pomposamente del titolo di "Re d'Albania".

Io sono nata nel 1937. Ricordo che a casa mia c'era una carta geografica dei Balcani attaccata al muro in camera da pranzo, fra due poltrone, sopra una radio Phonola. Su quella carta si sarebbero dovuti segnare, con delle piccole bandierine che mi piacevano molto, i successi bellici degli Italiani nei Balcani...

Quella guerra fu rovinosa. Mio padre, che era stato volontario nella Grande Guerra, combatteva in Albania con i suoi bersaglieri, che vedeva morire ad uno ad uno accanto a sé, in una terra ostile, in mezzo al fango.

L'esercito era mal equipaggiato: i soldati non avevano le scarpe, non avevano neanche le "pezze" da avvolgere attorno alle gambe, così si diceva...

le pezze

"Spezzeremo le reni alla Grecia!": questa era la propaganda fascista del tempo. Io ero molto piccola, non capivo: e le bandierine?...

Mio padre fu ferito - adesso dico "per fortuna" - e fu portato via da quella guerra sciagurata, della quale in seguito non volle mai parlare.

Questa era per me bambina l'immagine introiettata dell'Albania, con tutto il suo carico di smarrimento.

Poi ci furono lunghi anni di latenza. Io studiavo, lingue antiche e moderne. L'Albania proprio non esisteva nel mio orizzonte. Cominciai a lavorare, a insegnare il francese.

Intanto in Albania si instaurava il regime di Enver Hoxha. Un comunismo duro, così si diceva, simile a quello cinese. Ricordo alla radio una voce di donna molto categorica: "Qui Radio Tirana". Chi andava nella Jugoslavia di Tito raccontava di un bellissimo lago all'estremo sud, il lago di Scutari, tagliato in due dal confine con l'Albania: un confine che era pericoloso attraversare, così si diceva.

Dopo molti anni di silenzio e disinteresse totale per questa terra pur così vicina, ecco un improvviso diluvio di immagini dall'Albania, sull'Albania: le carrette del mare, gli immigrati clandestini, la guerra nei Balcani, le Kosovare dolenti, le giovani prostitute... I media si impadroniscono avidamente dei Balcani: chi sono i cattivi?

In Italia la criminalità albanese sembra dilagare, si allea con la malavita locale: rapine, violenze, l'"orda" (conoscete il titolo del saggio di Gianfranco Stella: l'"orda" un tempo eravamo noi Italiani!). Ancora una volta in me si sedimentano immagini negative di guerra, paura, miseria. Poi un giorno, nel 2001...

2. Nel 2001

Anna Rosa Iraldo era stata mia collega al liceo negli anni Settanta: lei insegnava inglese, io francese. Ci eravamo poi un po' perse di vista: ci incontravamo ogni tanto a qualche convegno per gli insegnanti di lingue.
Nel 2001 mi telefonò per chiedermi un'informazione e scoprì che dal 1997 io lavoravo senza compenso nella redazione di un sito non profit, MeDea, dedicato alle donne nell'era tecnologica.
Subito mi disse, con molta semplicità e naturalezza, che, se volevo, lei avrebbe potuto intervistare alcune interessanti donne albanesi che aveva conosciuto a Tirana, dove andava spesso perché suo marito lavorava per la cooperazione. Avrebbe potuto registrare le interviste, che io poi avrei "montato" per MeDea.

Questa idea mi colpì molto. Riemersero all'improvviso tutte le vecchie immagini: in un primo momento, ve lo confesso, pensai: "Ma fra tutti i Paesi, proprio l'Albania...". Con tutta la negatività che avevo accumulato negli anni, avrei dovuto dedicare molto tempo e molto lavoro a un progetto destinato ... a che cosa? A creare una "nuova immagine delle donne albanesi", dalle quali mi sentivo in quel momento davvero lontanissima. D'altra parte, però...

La proposta mi apparve come una vera e propria sfida. Si fa presto a parlare di "interculturalità", si fa presto a dire "niente pregiudizi", "niente razzismo", e cose del genere. Ma che succede quando le circostanze ti obbligano a verificare se si tratta solo di belle parole o se sei capace di metterti in gioco?

Anna Rosa sembrava tranquilla. Era chiaro che il problema era tutto mio, che dipendeva dall'"idea di Albania" che avevo introiettato e anche - diciamolo - dalla mia ignoranza. Decisi di accettare.

2. Un altro sguardo

Cominciò così questo contatto. Le donne intervistate non erano certo (e non dovevano essere nelle nostre intenzioni) un campione rappresentativo: erano infatti prevalentemente intellettuali, giornaliste, scrittrici, donne impegnate nel sociale. Erano comunque le rappresentanti di "un'altra" Albania, quell'Albania che io (e con me tanti/e) non avevo potuto né saputo - o forse non avevo "voluto" scoprire sotto il diluvio mediatico.

alcune delle intervistate

Ma non è tutto. Le parole di queste donne, unite alle impressioni personali di Anna Rosa, mi offrivano visioni sfaccettate (i punti di vista erano diversi) ma concretissime, sia di eventi storici (il regime, la transizione, l'emigrazione (il dilemma (partire? restare?), sia di scenari della vita quotidiana in Albania:le continue interruzioni di corrente, le strade fangose, parabole e telefonini...(potete leggere tutte queste testimonianze su Medea nel nostro Progetto Albania, un progetto portato avanti con le nostre sole forze, senza nessun finanziamento).

Mi rendo conto solo ora che proprio il fatto di aver avuto un primo contatto con l'Albania attraverso il "racconto" di alcune donne mi ha permesso di esercitare una particolare capacità di ascolto e di attenzione. Attraverso le voci (le bobine registrate) e le foto lentamente emergeva con prepotenza il "corpo", un corpo vivo, pieno di fierezza, slanci e contraddizioni, ma finalmente libero dalle immagini stereotipate dei media.

Io vivo a Roma in un quartiere multietnico, vicino alla Stazione. All'interno di ciascuna etnía la comunicazione avviene con mezzi molto poveri, ai quali nessuno fa caso: manifestini o semplici pezzi di carta incollati al muro, sui pali della luce, sui cassonetti, sulle cabine telefoniche.

Ebbene, improvvisamente i messaggi in albanese hanno acquistato visibilità.

foto B.Flores (part.)

Intendiamoci, io non so l'albanese (che comunque è una lingua indoeuropea), ma su questi manifestini ci sono date, indirizzi, numeri di telefono, quel tanto che basta, ad esempio, per capire che ci sarà, musica il tale giorno, nel tale posto... Basta farsi coraggio e telefonare, ed eccomi al Teatro Orione, in mezzo a centinaia di giovani Albanesi impazziti di musica - e impazzisco anch'io.

Ho cominciato così a cercare sui giornali, sui muri, nelle edicole, su Internet notizie albanesi che non fossero solo di cronaca nera. E ho trovato concerti, di musica colta e di musica popolare, ho trovato convegni, come quello bellissimo del 2002 sulla "Letteratura albanese, patrimonio d'Europa", ho trovato il Bota Shqiptare (il quindicinale degli Albanesi che ha promosso nel novembre 2002 l'interessante colloquio romano "Segni particolari: Albanese"), ho trovato recensioni di libri, e libri. E ho incontrato Albanesi che vivono in Italia da molti anni.

Insomma, mi sono rimessa in gioco. Ho capito quello che non volevo ammetttere: avevo anch'io dei pregiudizi. E ho messo in discussione idee preconcette, ho smantellato vecchie categorizzazioni e soprattutto ho imparato a rispettare un popolo e una lingua: un popolo orgoglioso, fatto di uomini e donne a volte bruschi, spesso risentitima anche capaci di esprimere una profonda, struggente dolcezza; una lingua antica, che porta le tracce di innumerevoli violazioni, che l'hanno consunta e logorata prima ancora che trovasse il sostegno della scrittura, ma che è ricca di delicatissime sfumature espressive.

i garofani di Irida Cami

Per prolungare questo mio lento cammino che va dal pregiudizio all'attenzione (parlare di "conoscenza" sarebbe presuntuoso) ho voluto aprire su MeDea, all'interno della sezione dedicata all'Albania, altri due capitoli. Il primo, intitolato "Passaporti e altro", con la collaborazione di Corrado Veneziano e Paola Ricci, ricorda un episodio tragico che non deve essere dimenticato: lo speronamento e il conseguente affondamento, da parte di una nave italiana, di un'imbarcazione albanese nel 1997. Incastonata nel centro di questo capitolo c'è, in italiano e in albanese, l'Elegia per i naufraghi del Venerdì Santo, di Visar Zhiti, poeta d' Albania.

Il secondo capitolo invece è dedicato alle donne albanesi che vivono in Italia e ad alcuni problemi, spesso trascurati, come il mimetismo e la vulnerabilità degli Albanesi.

Per concludere... no, non si può concludere, perché, questo discorso incessantemente si rinnova. Ma un incontro deve necessariamente aver termine, quindi...

Voglio proporvi due versi (tratti dal volume maldiluna-dhimbjehene, ediz. Besa) del grande poeta albanese Gëzim Hajdari, che vive in Ciociaria. Sono due versi orgogliosi e disperati in cui, con straordinaria sintesi, Hajdari ha condensato la sua idea di patria, di identità:

La mia patria: il mio corpo
Gëzim: la mia identità.

E' la visione di un uomo: chiusa, compatta e circoscritta come una pietra.

Ma io mi sono chiesta: qual'è la mia identità? Paola? O piuttosto Musarra, il mio cognome pieno di tracce, con dentro una storia di passaggi e attraversamenti dall'Oriente, un nome che sa di Mediterraneo. E la mia patria? Nel chiuso del mio corpo?
Io penso invece che sia da qualche parte, in bilico su qualche linea di confine... forse nel mare.

mare - foto P.Musarra


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