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Albanesi in Italia

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Le mie Albanie
di
Giuseppe Cossuto


al cimitero acattolico di Roma - foto: P.Musarra
foto: P.Musarra

Da qualche anno continuo ad interessarmi dell’Albania in una maniera che giudico salutare: non leggere affatto articoli giornalistici e/o sociologici che parlano dell’Albania e degli Albanesi.

Il motivo di questa mia dieta intellettuale casalinga rispetto ad una pappa stantia cotta nell’aria fritta del luogo comune mi dà il beneficio di salvarmi il fegato, indi di vivere più a lungo e di continuare ad interagire con le “mie Albanie” ed i “miei Albanesi”, che poco hanno o avranno a che vedere sia con le immagini che gli Occidentali si sono fatti di quei luoghi e di quelle genti sia con quelle che, di riflesso, da una quindicina di anni, gli Albanesi si sono costruite, in gran parte coincidenti.

Quando mi è arrivato l’invito di Paola Musarra a partecipare alla presentazione del libro di Rando Devole, L'immigrazione albanese in Italia. Dati, riflessioni, emozioni, (Agrilavoro ediz. Roma 2006), quindi, sono stato molto combattuto. Anche se Paola è una persona affidabile, al ristorante albanese in Italia non mi avrebbero certo servito il borek con i fagioli ma la solita frittata edulcorata su come sono bravi gli Italiani e desiderosi di essere aiutati gli Albanesi.

dal libro di Rando Devole

La presenza però di Besnijk Mustafaj, l’autore di Albania tra crimini e miraggi, uno dei pochi reportage in lingua italiana sinceri sull’Albania, m’intrigava alquanto, e quindi optai, per questo, ed altri motivi personali, per una giornata dedicata ad ascoltare un sociologo albanese che parlava di Albanesi in Italia.

... e quindi optai... - foto: P.Musarra
foto: P.Musarra

All’arrivo nella struttura gremita, le belle donne eleganti e gli uomini in giacca e cravatta firmata, mi fanno esclamare un “Allah! Allah!” di diniego muovendo la testa. La convinzione di essere nel posto sbagliato nel momento peggiore mi assale, anche perché non sento parlare albanese in giro. Sono in trappola. La trasformazione dell’albanotaliano è completata.
L’essere mutante che si vergogna del çay e beve solo espresso triestino iper-pubblicizzato ha occupato tutte le posizioni e mi chiude ogni via di fuga.

Quando una tipa con l’aria di esperta in qualcosa di scartoffie e statistiche avente a che fare con l’emigrazione mi chiede, probabilmente a causa della mia faccia e dei miei vestiti, se sono albanese o italiano (a tutti gli altri le cose le regalavano esclusivamente in italiano!!!) mi assale lo sconforto totale: sono anch’io una mutazione, un balkanoccidentale e, come nella migliore tradizione dei supereroi Marvel, sono il nemico giurato naturale degli albanotaliani.

Ma loro sono tanti, ricchi e potenti. Loro aspirano a divenire ciò che io ho rifiutato di essere. Loro hanno l’Accademia di Moda di Milano, io il mio deprecabile gusto da Anni Novanta, e non mi sono accorto che è passato un millennio, un secolo o un decennio. Loro hanno la Sociologia, io la Storia. E si potrebbe continuare a lungo.

Sul treno di ritorno apro il libro di Devole a caso, come se leggessi un libro di esegesi religiosa o un trattato economico assunto a way of life per mezzo mondo, ovvero con la più assoluta indifferenza, sicuro di ritrovarci sempre le solite cifre e le solite noiose italoalbanesità di riflesso riportate da un albanotaliano.

al binario 19 - foto: P.Musarra
foto: P.Musarra

E qui l’illuminazione. Rimango piacevolmente stupito. Devole scrive benissimo e, soprattutto, scrive cose serie e non banali. Non è l’albanotaliano che ripete per l’ennesima volta che Giagi Enver era brutto e cattivone, che gli Albanesi sono il popolo delle aquile e che esiste un nord ed un sud dell’Albania, che c’è il kanun di Dukajini (svegliatevi dottori!!! I kanun, ovvero i canoni sono le Leggi non religiose che ogni comunità dell’Impero ottomano aveva), che Skanderbeg ha salvato l’Europa dagli Ottomani (addìo core!!! Come se Napoleone avesse liberato la Corsica dai Francesi!!!), la parabolica, le ballerine ed i Jalisse che sono ben acclimatati a Korça.

Rando Devole descrive con dignità i vari avvenimenti che interessano gli Albanesi, soprattutto gli Albanesi in Italia. Il suo modo di esporre è talmente distaccato che permette, anche ad un lettore troppo pignolo come il sottoscritto (si sarà capito che oramai avevo la predisposizione d’animo per cercare la mosca nel piatto per rompere le scatole nel ristorante albanotaliano!!!), di potersi fermare a riflettere, ed andare in là con i ricordi, a riallacciare percorsi di studio e di vita interrotti per vari motivi.

Un continuo interrogarsi, un perenne mettere in discussione un sistema che è in mutamento continuo, irregolare. Grandi scatti (sbarco in Italia, Piramidi) e piccoli prolungati movimenti (il telefonino garantito) che in meno di vent’anni hanno cambiato un paese affascinante ma che, in realtà, non è abitato dagli indios della foresta minacciati dalle multinazionali come si continua a credere in Italia, mandando lì in continuazione gruppi parrocchiali per una settimana ad insegnare le canzoncine alla Ned Flanders agli indigenti (confusi troppo spesso con gli indigeni).
Il male, ovvero il ritardo nello sviluppo economico, che è presente in Albania, è un prodotto principalmente albanese e non si può farne una colpa agli “Occidentali” (come si fa di solito) se non invasero il Paese per “liberarlo” dal comunismo o, secoli prima dai “Turchi”.
E’ che gli Albanesi erano i “comunisti” come secoli prima erano i “Turchi” e sia i primi, sia i secondi, si amministravano secondo sistemi a loro congeniali. Ogni intervento dall’esterno sarebbe stato vissuto, dagli Albanesi, come un attacco da parte di stranieri.

E qui c’è l’importanza della raccolta di articoli di Devole: la riduzione della distanza tra autoctono e straniero, tra albanese ed italiano, senza però che si nutra l’ibrido albanotaliano con inutili ripetizioni e cliché erronei sull’albanese visto dagli italiani.

Mi spiego meglio. Tempo fa cercavo di mostrare l’evidenza a dei cooperanti italiani, senza risultato alcuno. Gli Italiani tenevano a minimizzare la distanza culturale con gli Albanesi: vivono come noi (con le stesse regole sociali), vestono come noi (alla moda italiana, cent’anni fa si sarebbe detto alafranga), mangiano come noi (pizza, spaghetti e mandolino) e, in definitiva, pensano come noi.

I tentativi di alcuni albanesi più disincantati e miei di marcare le differenze sembravano, agli Italiani, delle prese di posizione soggettive, mentre l’oggettività era loro prerogativa.
Eppure ogni albanese sa che il suo cibo può trovarlo ovunque nei Balcani ed in Turchia, ma è praticamente impossibile trovarlo in Italia, che le regole sociali italiane (alafranga) sono appannaggio delle caste colte urbane (poiché esistono note famiglie che detengono il potere da sempre e sono più italiane degli italiani, ma donne che guidano auto o che vivono da sole sono una rarità, così come l’omosessualità ostentata) e che il vestirsi all’italiana è un marchio di qualità che non sempre riflette il contenuto.

Negli articoli di Devole riscontro questa stessa mia posizione scomoda, quella cioè di voler definire gli Albanesi più in profondità di quanto comunemente si faccia o ci lascino fare gli organi d’informazione e, peggio ancora, di documentazione.

E con questa considerazione ribadisco la mia concezione del mondo, oramai desueta e celata ma un tempo arzilla ed evidente, che parte da Nasdreddin Hodja ed arriva a Sari Saltuk, ribadisco che chi non sa chi sono questi due "signori" ormai non è più albanese, ma è un albanotaliano tendente a qualcos’altro, qualsiasi sia il passaporto che ha o l’origine che vanta.

Se non vado errato, dalle parti di via dei Serpenti, a due passi da dove si è tenuta la presentazione del libro di Devole, dovrebbe ancora esserci una pasticceria alaturka dove fanno il baklava. Spero una volta di poterci portare Paola per ricompensarla di avermi fatto conoscere questo autore interessante, e magari di incontrarci con Rando Devole, per parlare un po’ della “nostra” Albania più profonda, con il mio italiano infarcito ormai di pensieri gavur, çifut, vlah, tzigan, arnaut e megup, che fanno parte della balcanicità anche albanese.

E se al suo posto c’è un fast food adeguato ai tempi moderni faremo di necessità virtù ed il baklava ce lo prepariamo noi, così possiamo leggerci anche i fondi di caffè.

... e se c'è un fast food... - foto: P.Musarra
foto: P.Musarra


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