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Rinascere a Roma
di
Paola Musarra


Alba romana - foto: P.Musarra
foto: P.Musarra

Sono nata e ho sempre vissuto a Roma, stesso quartiere, stessa casa. Fin dall'infanzia ho potuto godere delle sue bellezze e della sua luce. In braccio a mio padre ho accarezzato le rotondità dei paffuti angeli barocchi nelle chiese romane, ho scavalcato spensieratamente ruderi millenari correndo nei giardinetti.

Da grande, ho cominciato a percepire gli aspetti inquietanti della città, cercando di acquisire una consapevolezza critica che andasse oltre le sue continue seduzioni e sforzandomi di trovare soluzioni politiche (ahiahi) per i suoi problemi. E lo sto ancora facendo.

Nel congedarmi dal "Progetto Albania" mi sono invece soffermata sulla percezione della città che ha chi "viene da fuori".
Sono partita da due testi.

  1. Il primo è un articolo del sociologo Rando Devole, "Roma, la mia nuova città", pubblicato dal "Bota Shqiptare", il quindicinale degli Albanesi in Italia, (1-15 gennaio 2013, pp. 10-11). Il testo è tratto dal Nono Rapporto dell'Osservatorio Romano sulle Migrazioni della Caritas di Roma, del quale è l'editoriale. Di Rando Devole - lo stimo molto - mi sono già occupata due volte su MeDea, a proposito di un suo libro sull'immigrazione , L'immigrazione albanese in Italia. Dati, riflessioni, emozioni, Agrilavoro ediz. Roma 2006, e a proposito di alcune sue considerazioni su luoghi comuni insultanti nei confronti degli Albanesi.
  2. Il secondo testo dal quale voglio estrarre qualche citazione è un libro scritto dal mio compagno, Gianni Tomasetig: Un filo di spago (CISU, Roma 2002, edizione fuori commercio). Gianni è un "migrante interno", approdato a Roma negli anni Sessanta dall'estremo nord-est d'Italia, le Valli del Natisone.
    A distanza di tanti anni, le sue parole si intrecciano e si completano sorprendentemente con quelle di Rando.

Ascoltiamo Gianni, che ci racconta le sue prime giovanili esplorazioni della grande città (in quel tempo non ci conoscevamo) (vol. cit. p.37).
"Stabilivo il mio quartier generale alla Stazione Termini. Da lì partivo per le mie esplorazioni. Compravo una pianta della città, una piccola guida e via, con l'entusiasmo nel cuore e le ali ai piedi.
Solo raramente, per le distanze più consistenti, prendevo i mezzi di trasporto: la città mi piaceva così, con le sue strade e i suoi vicoli, con i suoi mercatini rionali, con la gente che la percorreva a piedi, che la viveva.
Il romano mi apparve subito cordiale, rilassato, intento alle proprie faccende ma senza troppa fretta, disponibile ad aiutarti se cercavi una piazza, un monumento. E questo comportamento mi rassicurò.
Era bella Roma a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, pacioccona, solare..."

Diamo adesso la parola a Rando Devole, al suo sguardo maturo da sociologo (art. cit. pp.10-11).
"Roma è qualcosa di personale, di intimo, sicuramente un viaggio, forse più interiore che esteriore, più mentale che fisico, più trascendentale che logico. L'idea dello straniero è sempre legata al viaggio, dunque sei inestricabilmente legato a questa città. Ti stupirai, ma Roma che tu vedi e vivi è alquanto diversa da quella vista e vissuta da altri. Eppure è la stessa città, le stesse mura, gli stessi musei, le stesse strade. Magari, come tanti altri, hai cercato nei quartieri le tue esperienze del passato, i tuoi luoghi d'infanzia, la tua realtà di provenienza. Hai scrutato le piazze, le vie e le persone per rasserenarti con immagini comuni e familiari: un mercato, un palazzo, una piazza, una storia, un incontro, un sorriso... Roma è sempre generosa in questo senso. Non ha mai deluso nessuno. Ti offre sempre qualcosa che ti appartiene da tempo, forse da sempre. (...) Come spiegare che per te Roma è il luogo geometrico della libertà?"

Torniamo adesso alle parole di Gianni, alla freschezza impetuosa delle sue sensazioni (vol. cit. pp.37-38).
"Approdai a Villa Borghese. Rimasi incantato: c'erano enormi prati verdi e tanti, tanti alberi. Poter camminare e anche correre in mezzo a quel mare verde mi dette una gioia senza pari: le piante, e in particolar modo i grandi, materni pini marittimi, mi apparvero subito come i miei primi veri amici in questa grande, sconfinata, misteriosa città.
Di pomeriggio, quando i raggi del sole non erano più a picco sulle case ma illuminavano obliquamente cupole e facciate, avevo la sensazione di muovermi in uno spazio dorato, fatto di mille frammenti luminosi: mi sentivo preso da ogni parte in una rete di fili d'oro.
La sera (...) prima di addormentarmi ripercorrevo con la memoria tutte le bellezze che avevo visto, o intuito, nella grande, eterna città.
E fu così che di questa matrona, saggia e astuta al tempo stesso, mi innamorai."

Concludiamo con Rando (art. cit. p.11) questo omaggio alla mia città.
"Roma è la città della diversità. Un migrante si trova sempre a casa sua. La diversità romana ti avvolge amorevolmente e senza strappi nel suo vortice, perché è orizzontale e stratificata nello stesso tempo.(...) Per te, un semplice migrante, la diversità di Roma è talvolta un guscio protettivo, talvolta un abbraccio fraterno. In fin dei conti è anche la tua città. Per questi motivi e altri ancora, ti chiederai perché nei documenti personali, dopo nome, cognome, data e luogo di nascita, non ci sia qualche altra voce. Così, tanto per scrivere sulla tua carta d'identità:

luogo di rinascita: Roma"



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