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Per una nuova immagine 
delle donne albanesi

Un progetto
di
Anna Rosa Iraldo e Paola Musarra
Quinta parte


Sommario


Tessere per un mosaico
di 
Paola Musarra

rivista liMes  Elvira Dones  Paolo Petta  onlus occhio blu

Mentre Anna Rosa è a Tirana, io cerco di raccogliere frammenti per comporre l'immagine di un paese che non conosco, che vorrei conoscere, e che invece si sottrae al mio sguardo, offrendomi immagini contraddittorie.

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La prima tessera di questo mosaico me la offre un articolo della rivista liMes (2, 2001, pp.273-276, lire 20.000, Euro 10,33) sulla comunità albanese della capitale (circa 22.000 immigrati). O forse bisognerebbe parlare di "non" comunità, come recita il titolo dell'articolo di Mauro De Bonis. Gli albanesi a Roma, infatti, secondo l'articolista, non "fanno comunità".
Dopo la morte di Skanderbeg (1468) molte famiglie nobili albanesi si erano trasferite in Italia; nel 1944 giunsero gli anticomunisti. In entrambi i casi si crearono delle comunità, dei punti di riferimento per i nuovi arrivati. Nell'ultima migrazione, invece, avvenuta dopo il crollo di Enver Hoxha, ciò non è avvenuto: gli albanesi presenti a Roma restano divisi in tutto. Ascoltiamo De Bonis;
"Chi arriva fresco dall'Albania può trovare solo un parente o un amico disponibile a dargli una mano, ospitarlo o sfamarlo per i primi mesi. Per il resto nessuno o scarsissimi contatti con i propri connazionali."
Ma sarà davvero così? Conosciamo davvero tutte le modalità comunicative della diaspora? Per chi volesse documentarsi sulle comunità diasporiche, consiglio la lettura del saggio di Daniel Dayan, "Dialogues diasporiques", in Actes du IIIe Colloque international Do.Ri.F., CISU, Roma 1998, pp.249-260.
Ma non è tutto. Mauro De Bonis continua affermando che gli unici gruppi albanesi uniti da uno scopo comune e da identiche condizioni sociali sono quelli dei criminali che gestiscono gran parte del giro della prostituzione a Roma. Sono gruppi decisi e spietati che "importano" dalla loro terra le donne da avviare al marciapiede. Fin qui, niente di nuovo. Poi però De Bonis cita una "autorevole fonte albanese" la quale afferma che i protettori hanno saputo conquistarsi il rispetto e la collaborazione anche di donne di altra nazionalità; ciò avverrebbe in grazia di un codice d'onore (il Kanun??) che affonda le sue radici nell'importanza che ha tra gli albanesi la famiglia. Citando "l'autorevole fonte", De Bonis afferma:
"Alla prostituta albanese e non (...) non viene mai torto un capello. Viene regolarmente pagata per le sue prestazioni, e gratificata con regali e uscite mondane."
Beh, qualche dubbio sorge, sulla vita felice delle prostitute...

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La seconda tessera la vado quindi a cercare in un libro sulla prostituzione delle albanesi, per confrontarlo con l'articolo di Marco De Bonis. L'autrice è Elvira Dones, il titolo dell'opera è Sole bruciato (Feltrinelli, Milano 2001, lire 30.000, Euro 15,49). Vi dico subito che il libro non mi è piaciuto, ma se digerite bene le scene di estrema violenza - stupro di gruppo, uccisioni efferate - e soprattutto se ce la fate a sopportare il tono lamentoso e pseudo-lirico di certe esternazioni, vi consiglio di leggerlo per contrapporlo all'articolo di liMes.
C'è poi una pagina che mi ha colpito: parla della Città (Tirana?) che custodisce i pazzi sogni di evasione dei suoi abitanti. Ascoltate:
"...Ora è buio, i sogni schizzano come proiettili dalle anime innocenti e sotto il blu plumbeo della luna si fanno ancora più belli. L'oscurità tiene tutto in un equilibrio estetico ammirevole: i volti dei sogni, le facciate sbrecciate dei palazzi, la biancheria che penzola appesa ai fili sui balconi,la famedalla copertina di 'Sole bruciato' nello stomaco, l'orrore dei commercianti di destini. L'oscurità è l'unica alleata di questa gente - da decenni la avvolge caritatevolmente. E loro non vogliono pensare. Le ragioni possono attendere almeno quanto loro - gli abitanti - hanno atteso la felicità.
Non sono una capitale importante, vorrebbe dire la Città alle sue omologhe sparse nel mondo, ma sono la custode della più grande cassaforte di sogni. La più folle, senza dubbio, ma anche la più paziente."
(p.51)
Ma sognano ancora, gli albanesi?

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La terza tessera di questo mosaico me la offre un affascinante libro di Paolo Petta sull'esilio nell'Italia del Rinascimento della variegata aristocrazia albanese (Despoti d'Epiro e principi di Macedonia, Argo, Lecce 2000, lire 40.000, Euro 20,65). Alla morte di Skanderbeg il Paese delle aquile era ormai diventato una provincia dell'impero ottomano. I sopravvissuti di molte casate, "carichi di molti titoli roboanti e tante speranze", desiderosi di conservare un prestigio sociale perduto, "si trovarono non di rado a giocare un ruolo non secondario sulla difficile scena politica italiana." Il libro ricostruisce il reticolo delle umane vicende di una serie di personaggi concreti, con il loro carattere e le loro passioni.

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L'ultima tessera di questo mosaico ce la propone l'associazione Occhio blu (ONLUS).Giovedi 25 ottobre alle ore 21, presso i locali dell'associazione culturale Il Posto delle fragole (Roma, via Carlo Botta 51) ci sarà un concerto del gruppo "La tradizione polifonica albanese", composto da sette cantanti; la solista è Irini Qiriako. Sono in tournée in Italia su invito della fondazione La Fenice per due concerti all'Università di Venezia (il 23 e 24 ottobre, nell'aula Santa Margherita). Nel mese di dicembre terranno due concerti a Udine, mentre per il prossimo anno sono previsti, su invito del CIDIM, due concerti a Palermo.

Secondo i musicologi le radici della polifonia albanese risalgono al IX-X secolo. Il concerto offre una scelta di canti "Labe" delle regioni del Sud dell'Albania: sono antichi canti d'amore, d'esilio, di battaglia, nei cui versi ricorrono liete immagini di vita agreste, sentimenti di orgoglio patriottico, oppure la tristezza della separazione e della guerra.

Per informazioni potete rivolgervi all'associazione Il Posto delle fragole.

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mise en page: 
pmusarra

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