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Una visita al campo profughi

di
Anna Rosa Iraldo

Nel maggio del '99 Tirana era affollata da migliaia di Kosovari ospitati nei diversi campi profughi.

Durante il giorno, nei grandi parchi del centro, gruppi di famiglie passavano le giornate in cerca di una qualche forma di normalità: i bambini giocavano, le donne chiacchieravano, gli uomini per lo più affollavano gli innumerevoli "chioschetti" (i bar abusivi sorti dopo il '91, che negli ultimi due anni sono stati quasi tutti abbattuti).

Due cose in particolare mi sono rimaste impresse: l'affollamento delle strade e la visita ad alcuni campi profughi dove ho accompagnato mio marito impegnato in interventi tecnici (fornitura di acqua, pozzi ecc.).

Il gran numero di persone che camminano per strada continua ad essere una caratteristica di Tirana che ritrovo con piacere ogni volta che torno; i campi profughi invece sono stati smantellati nell'estate del '99, ma è il ricordo di una di quelle visite che mi è tornato in mente quando con Paola ho deciso di raccontare i miei incontri con donne albanesi.

Questo ricordo non è altro che un breve flash, un'immagine quasi rubata, con il timore di essere un'intrusa che andava a "guardare" senza altri strumenti di lettura che un grande senso di rispetto per una situazione della cui portata sapevo di non poter essere pienamente consapevole.

Sul campo delle Piscine c'è una raccolta di disegni di bambini e di testimonianze a cura di Serena Luciani: Una di quelle era la mia casa(ediz. Stampa Alternativa, Roma 2000, lire 22.000).

Io ricordo di essere stata colpita dall'eleganza di alcune donne che, pur nel terreno polveroso o fangoso - a seconda delle condizioni meteorologiche - e pur avendo per casa una tenda, mostravano di non aver perso il gusto di indossare scarpe con tacchi, di pettinarsi con cura, di curare il proprio aspetto.

Ma soprattutto, affacciandomi alla tenda scuola, ho visto maestre con i bambini giocare e disegnare e, nella tenda nursery, un gruppo di cinque o sei giovani madri occupate ad allattare i neonati, a cambiare i pannolini, a scaldare i biberon.

E' stata proprio l'eccezionalità di questa "normalità" che mi è tornata in mente parlando con Paola, come prima testimonianza sulle donne albanesi, anche se non dell'Albania.

Una testimonianza non cercata, vissuta quasi esclusivamente in chiave emotiva, la cui importanza si è chiarita soprattutto quando ho iniziato ad incontrare ed intervistare le donne a Tirana.

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