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Per una nuova immagine 
delle donne albanesi

Un progetto
di
Anna Rosa Iraldo e Paola Musarra
Quattordicesima parte





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Sommario
Che vuol dire "consumismo"?
di
Paola Musarra

La conversazione con Anna Rosa mi ha riportato indietro, molto indietro nel tempo.

Anno 1974, agosto: con un gruppo di amiche insegnanti parto per l'Unione Sovietica. Un bel viaggio organizzato dalla CGIL-Scuola, con molte tappe: Minsk, Tallin, Leningrado (allora si chiamava così), Mosca...

Tralascio le innumerevoli considerazioni che potrei fare su questo viaggio, per concentrarmi sul tema che ci interessa oggi, negozi e vetrine.

C'erano allora (oggi non so), nelle città principali, grandi negozi, i magazzini Berjoska, riservati ai turisti e alle loro valute assai ricercate (dollari!).

In questi negozi si vendevano oggetti di buon artigianato: gioielli d'ambra, colbacchi di astrakan, scialli, matrioske...

Ricordo che comprai un colbacco per mio padre (oggi che so come si ottiene l'astrakan non lo farei) e un grande scialle di lana leggera per me, che ancora mi protegge, intatto nei colori, dal salmastro delle notti estive al mare.

lo scialle russo

A parte questi negozi, c'era ben poco da comprare e da "guardare". Non c'erano bar. C'erano però delle vecchiette sedute all'angolo delle strade che vendevano gelatini al latte (peraltro squisiti) su precari banchetti di legno.

Nelle librerie, ahimé, non c'erano i miei autori preferiti. Ma non è tutto: ci dissero che nelle scuole i professori delle stesse classi dovevano tutti, in tutta l'Unione Sovietica, nello stesso giorno, alla stessa ora, affrontare lo stesso argomento previsto dal programma (ma sarà stato poi vero?).

Durante tutto il viaggio fummo assediati da giovani che ci proponevano per strada il "cambio al nero" e che soprattutto erano affascinati dal nostro abbigliamento occidentale: jeans, tee-shirt... Eravamo noi le loro "vetrine"!

Ci infastidivano: nella nostra spartana osservanza delle regole, li consideravamo una eccezione disdicevole in un grande paese dagli alti ideali e dalle grandi realizzazioni scientifiche (la conquista dello spazio!).

Ma quando la nostra bionda e bella guida (Svetlana? Tatiana?) ci comunicò i suoi sogni, il suo pazzo desiderio di una bella vacanza al mare con il due pezzi e quegli orecchini colorati a forma di fiori che allora andavano di moda, scattò la solidarietà femminile: come dono di commiato le regalammo tutte cosine "consumistiche", comprate nei negozi riservati ai turisti: acqua di colonia, un portacipria, un braccialetto molto carino...

Perché vi sto raccontando tutto questo?

Perché in un primo momento la descrizione dell'attuale mania consumistica albanese mi ha dato un po' fastidio: sappiamo benissimo che molte ragazze si lasciano irretire dal circuito dello sfruttamento proprio inseguendo il miraggio di un paio di scarpe nuove, di una borsetta alla moda.

Ma ancora una volta l'incontro con donne che hanno alle spalle una storia diversa dalla nostra deve indurci a maggior cautela nel formulare giudizi.

Una elegante signora di Milano o di Roma può certamente decidere di comprarsi lo slip di cotone ai grandi magazzini o uno straccetto simpatico al mercatino. Altra cosa è invece una scelta obbligata, quando non c'è altro da comprare.

Anni e anni di regime hanno pesato sulle donne albanesi e sul loro legittimo desiderio di vivere in una casa accogliente e di farsi belle...
Ma di questo riparleremo.



Vetrine a Tirana
dialogo con Anna Rosa

Le scarpe
di Anna Rosa Iraldo

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mise en page: 
pmusarra

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