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Per una nuova immagine 
delle donne albanesi

Un progetto
di
Anna Rosa Iraldo e Paola Musarra
tredicesima parte





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A teatro con gli albanesi
di
Paola Musarra

Orione
5 maggio 2002, ore 10

La piccola folla assiepata davanti al teatro mi ricorda in un primo momento i gruppi di ragazzi che aspettano per entrare a scuola: sono in maggioranza giovani, ragazzetti di quattordici diciotto vent'anni.
Guardo meglio: ci sono anche molte donne, tra i venti e i quarant'anni, e alcune donne anziane.
Ci sono poi giovani padri di trenta o quarant'anni, con bambini piccoli in braccio, e numerosi uomini anziani... insomma: gente di ogni età, famigliole, gruppi di giovani e meno giovani che sembrano conoscersi tutti fra loro.

Pago l'entrata a un deschetto che sta sulla soglia di una delle porte d'accesso: mi danno un tesserino verde, di "socio sostenitore" dell'associazione.

Il grande atrio è molto affollato. Ci sono due tavoli con volantini, pubblicazioni, bandiere e calendari a disposizione del pubblico. Prendo un volantino di una organizzazione comunista, che invita i lavoratori immigrati albanesi ad unirsi agli altri immigrati e ai lavoratori italiani per la difesa dei propri diritti, e un fascicolo a colori su Madre Teresa di Calcutta (quanti/e sanno in Italia che è albanese?).

Prendo anche un librettino bilingue (Shqip - italisht) sulla storia dell'associazione Iliria, scritto dal presidente (il fisico Vladimir Kosturi). Leggo che il primo nucleo dell'associazione è stato costituito nel 1996.

Entro nel teatro. Mi unisco ad un gruppo di giovani che, come me, hanno difficoltà a decifrare sul tesserino il posto e la fila da occupare. Ci scambiamo varie supposizioni in italiano (mi guardano con curiosità), e finalmente ci sistemiamo.

Nella fila davanti alla mia ci sono una distinta signora sui cinquant'anni, una bella ragazza bionda e un ragazzetto di dodici, quindici anni, tutti amici o appartenenti alla stessa famiglia.

Alla mia sinistra, due giovanottoni scambiano rumorosi e affettuosissimi saluti con gli amici che man mano arrivano, colmando i posti vuoti.

A destra, in alto, c'è un grande striscione, che ricorda uno degli sponsor:

lo striscione del Bota

Io, seduta al mio posto, dopo aver ben osservato la sala e aver dato un rapido sguardo alle pubblicazioni che ho raccolto, comincio a chiedermi "quanto" e "che cosa" potrò capire di uno spettacolo, che è riuscito ad aggregare circa quattrocento (ho fatto un conteggio approssimativo) albanesi, di diversa età e condizione sociale.

La musica, d'accordo: ma i due "fantasisti"? Non capirò niente delle loro battute...

Il calore che sento emanare dagli spettatori mi includerà, mi escluderà?

Poi lo spettacolo è cominciato. E ho capito che finalmente non vedevo più gli albanesi in uno di quei "non-luoghi" (stazioni, ospedali, supermercati, metropolitana...) in cui ero abituata a vederli: erano finalmente in un loro spazio "vissuto".

E questo spazio esistenziale io potevo condividerlo con loro, perché ero in presa diretta sull'ambiente circostante, grazie ai miei sensi.

Quando la musica - una musica semplice, popolare, immediatamente accessibile - mi ha avvolto, mi sono resa conto che i suoni non erano separabili dalle appassionate vibrazioni della platea, dall'ondeggiare delle braccia levate, dalle sagome frastagliate dei giovani che si erano alzati per ballare tutti insieme e si stagliavano contro le luci del palcoscenico.

Poi sono arrivati i due "comici": un uomo anziano piccolo, magro e spelacchiato, con due occhietti furbi saettanti, e una "grandona" vestita e pettinata in modo oltraggiosamente appariscente (scarpe incredibili, borsetta alla moda, acconciatura improbabile).

Mentre dalla platea si levavano boati di risate fragorose (i giovanotti alla mia sinistra si torcevano, dandosi gran botte sulle cosce, i tre davanti a me scomparivano, dandosi gomitate, piegati in due dal gran ridere), io... assaporavo le delizie del gramelot: ridevo, ridevo per il ritmo delle battute, per la loro sonorità, per la mimica irresistibile degli attori, gli sguardi, le pause, gli ammiccamenti...

Lui incarnava il buon senso concreto e paesano, l'ironia che nasce dall'esperienza, lei la tipa gasata che propone erotiche evasioni, condendole con le parole in basic english della "surmodernità", quelle parole che invadono e impregnano ormai tutte le lingue:sexy striptease weekend...

C'è stato poi un intermezzo, che il pubblico (grandi e piccoli senza eccezione) ha accettato in composto silenzio. Un breve filmato ha ricordato gli ottantuno morti albanesi (tante donne, tanti bambini...) del canale d'Otranto, quei morti troppo presto dimenticati. Era il venerdì santo del 1997.

E dopo la profonda tristezza, senza transizione, come si usa nei Balcani, la musica travolgente è tornata in scena.

La cantante nascondeva in gola un usignolo orientale, che ci ha mandato in delirio.

Tutti in piedi davanti al palcoscenico, con i bambini in braccio, tra le urla, lo schioccar di dita e gli applausi ritmati.

E lei era lì, seducente e familiare, intima e remota, come un sogno fatto all'alba.

la seducente cantante, vestita di rosso

Solo ora capisco il senso violento e primordiale di questa frase di Elvira Dones:

I sogni schizzano come proiettili
dalle anime innocenti


Piccola nota bibliografica

  • Marc Augé, Non-lieux, Ed. du Seuil, Paris 1992, trad. it. Nonluoghi, Elèuthera, Milano 1996, v. in part. cap.II e cap.III.
  • Daniel Dayan, "Dialogues diasporiques", in Actes du IIIe Colloque international Do.Ri.F., CISU, Roma 1998, pp.249-260.
  • Maurice Merleau-Ponty,Phénoménologie de la perception, Gallimard, Paris 1945, trad. it. Fenomenologia della percezione, il Saggiatore, Milano 1972; v. in part. "Lo spazio" (parte seconda).

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foto e  
mise en page: 

pmusarra

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